Ep.1: Strani scherzi del destino.

Luglio 31, 2009 - Leave a Response

Luis Abbott era un ragazzotto smilzo e dinoccolato, dai capelli giallastri e gli occhi perennemente socchiusi in un eterno guatare.
Luis Abbott aveva un destino già fissato, scritto per lui da qualche mano macabra o sapiente o onnisciente o qualcosa del genere.
Luis Abbott doveva morire.
Ma la sua non sarebbe stata una morte normale, sebbene fosse molto probabile che il suo decesso ne avesse infine i connotati.
In veste di scrittore non so dirvi se al ragazzo la cosa piacesse o meno, in realtà, questo non dipendeva molto da lui: tutti i maschi e le femmine della famiglia Abbott nascevano con la tendenza del suicidio inglobata direttamente nel DNA.
Difatti, Luis, come suo padre, il padre di suo padre, il padre di suo padre di suo padre e tutti i padri dei padri dei padri, di suo padre, avevano il compito – sarebbe opportuno chiamarlo così, vista l’abnegazione che vi dedicavano – di suicidarsi, ma non prima di essere convolati a giuste nozze ed aver dato vita ad una numerosa prole.
Così, anche a Luis, presto o tardi, sarebbe toccato onorare la tradizione di famiglia e porre fine alla sua vita.
Suo padre, ad esempio, il caro vecchio Henry Abbott, famoso per il suo tiro incrociato a bowling – uno strike ad ogni colpo – e per la sua passione per i romanzi noir, un giorno, verso la quarantina, senza ragioni apparenti, decise di buttarsi sotto una cesoia elettrica lasciata “sbadatamente” accesa nel cortile.
Una morte abbastanza classica, nemmeno lontanamente degna del trapasso faraonico operato dal proprio padre, David J. Abbott, nonno di Luis e vero e proprio Da Vinci del suicidio.
David, rinomato per il suo vivo interesse per la fisica newtoniana, decise di versare nella propria tazza di caffè mattutina un’abbondante dose di veleno per topi per poi ingollarlo in una sola, grande boccata. Ciò provocò un’ovvia reazione repulsiva nel suo piccolo stomaco che lo fece correre istintivamente – nonostante l’avesse già calcolato a priori – nel proprio bagno del secondo piano, all’entrata del quale egli stesso aveva steso ben bene una fune che non esitò a farlo inciampare vistosamente. Barcollando, il vecchio e buffuto nonno, andò a sbattere contro il ripiano a due ante posto sopra il lavabo, ove era riposto e collegato alla corrente elettrica un antiquato asciugacapelli che, ricevendo un colpo calcolato sino al millesimo di Newton, rimbalzò verso la vasca piena d’acqua alla propria destra.
Nel frattempo, il nonno, ancora barcollante, inciampava nuovamente battendo le ginocchia contro i bordi della stessa vasca.
Calcolare la derivazione a destra del proprio vacillamento era stato un capolavoro di meccanica e psicologia spicciola -  e di un po’ di volizione specifica, di cui nessuno sarebbe mai venuto a sapere nulla.
Asciugacapelli e nonno si tuffarono in acqua in perfetta sincronia, e l’enorme lucore del guizzante scintillio dell’elettricità che frizzava nell’acqua fu un perfetto coronamento ad uno sforzo suicida non solo efficace: ma bello da vedere.
Al suo funerale, folti stormi di amici, conoscenti, e qualche parente ancora (per poco) vivo fecero trionfare un lungo e sentito applauso di deferenza alle comuni lacrime riservate alle persone ordinarie.
David J. Abbott: che uomo!
Così Luis aveva un retaggio non proprio leggero, essendo stato suo padre un fiasco nel morire, spettava a lui eguagliare le gesta del suo nonnino, con un atto di suicidio almeno eguale a quello del suo venerabile predecessore.
La natura, tuttavia, per qualche strano motivo, non era stata proprio generosa con lui, avendogli donato un aspetto orrendamente pittoresco, che non poco ostacolava la sua via per la felicità/morte.
Era sicuro d’aver visto più “due di picche” del campione mondiale di ramino, ma la cosa non lo rendeva molto orgoglioso.
Ormai c’aveva fatto il callo, era scontato.
“Si piange solo per la prima donna”, diceva sempre il suo trisavolo Lorentz Abbott, sebbene Luis non ricordasse bene né il nome, né il volto, né alcunché della prima ragazza che aveva avuto l’onere, nonché l’onore, di respingerlo tout court.
Ciò era dovuto al fatto che oltre all’aspetto raccapricciante, Luis non era dotato di un’ottima memoria: non di rado gli accadeva di dover calcolare “a mano” la propria età, per rimediare ai capricci di una mente non prorio sfavillante.
Questo ci porta ad un secondo gravissimo problema che, coadiuvato al primo, avrebbe reso impossibile il coronamento del suo sogno d’amore, nonché meta importante da far precedere al suo dovuto suicidio: uno scarso e poco prolifico intelletto.
Dopo un attento e prolungato ragionamento quindi, decise che l’atto del matrimonio, in fin dei conti, non era molto importante è che, dopotutto, poteva esercitare il suo diritto al suicidio senza compiere quest’importante, e quantomai impossibile, tappa.
Un giorno come un altro, Luis scese nella cantina della sua enorme magione di famiglia, tramandata di generazione in generazione, per munirsi di qualche metro di corda di canapa e, soprattutto, cercare lei: la Bloody Valentine.
La celebre Bloody Valentine altro non era che una lucente rivoltella Remington calibro 44, risalente alla fine dell’ottocento, ed utilizzata con successo da numerosi membri della sua famiglia: qualcuno la chiamava Black Lady, qualcun’altro Bloody Georgie; suo cugino, che era omosessuale, la chiamava Black Macho.
A Luis piaceva chiamarla così, Bloody Valentine. Era un nome piuttosto famoso, gli ricordava un vecchio horror degli anni sessanta.
Il piano era questo: attaccare saldamente la corda di canapa al lampadario della sua stanza, posare la rivoltella sullo scaffale più vicino in modo che potesse inforcarla allungando semplicemente il braccio, e procedere con un doppio lavoro di impiccagione ed auto-esecuzione sommaria.
Non gli era venuto nulla di più geniale in mente e, in cuor suo, sperava davvero che potesse bastare: in caso contrario non ci sarebbero stati pianti al suo funerale, ma risate.
La nuova generazione di Abbott affettava una palato piuttosto sopraffino e non di rado i loro severi giudizi erano scesi, come scuri, ad oscurare la memoria di qualche suo cugino non troppo avvezzo nell’arte dell’auto-eliminazione.
Beh, non v’ingannerei troppo se vi dicessi che la stessa sorte sarebbe toccata anche a Luis, sfigato non solo sino all’atto di morte, ma anche ben dopo.
Tuttavia, ciò non avvenne mai.
Quando tutto fu pronto, Luis diede un calcio alla sedia che lo sorreggeva, lasciandosi appeso con un cappio stretto al collo mentre, oscillando, cercava di afferrare la rivoltella.
La sorte volle che, nel momento stesso in cui agguantava la Bloody Valentine, il lampadario si staccasse dal soffitto, facendo cadere rovinosamente Luis sul pavimento, con grande biasimo da parte dei suoi genitali costretti ad un impatto alla quale non erano affatto preparati.
Rammaricato per il suo fallimento, decise di farla tristemente finita, calcando il muso scintillante di Valentine dritto in bocca e premendo il grilletto.
Incredibilmente, la rivoltella non fece fuoco.
La Bloody Valentine, autrice di ventiquattro tra i più nobili suicidi che la storia della famiglia Abbott avesse mai avuto l’orgoglio di narrare, aveva fallito un colpo.
“La Black Lady non fallisce mai un colpo, figliuolo!”, diceva il suo saggio bisnonno, Patric Abbott, “Ne uccide più lei che il virus dell’ebola”.
Che enorme vergogna e che gran disonore era quello, per un membro della famiglia Abbott.
Mai, e dico, mai in sette secoli di storia di famiglia, a partire dal suo onorevolissimo antenato Howard J. J. Abbott, di cui si dicesse che il proprio vanto di possedere del vero sangue blu non fu smentito nemmeno dinnnazi ad una platea di duecento persone, veri e propri spettatori del suicidio, che stupiti ed entusiasti si lanciarono in un applauso da record, mai, ripeto, era accaduto che un Abbott fallisse nel suo tentativo di suicidio.

Ciò, però, lo rendeva immortale.

uno, nessuno, centomila

Luglio 24, 2009 - Leave a Response

“E allora io, viva, non mi sono mai veduta?”

“Mai, come posso vederla io.
Ma io vedo un’immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua.
Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qualche fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un’ingrata sorpresa.
Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lì scomposta, in movimento.

Luigi Pirandello - Uno, nessuno e centomila.

Colors

Aprile 29, 2009 - One Response

Sono qua, seduto dinnanzi al mio bel portatile, con la nuova fiammante distribuzione di Ubuntu, a bere tè e rilassarmi.
Ho passato una buona serata, ho giocato prima a calcio, poi online con dei miei amici, mentre mangiavo una pizza che mi era stata gentilmente offerta dai miei coinquilini.
Sono rilassato, sono contento.
È la magia delle piccole cose, che a volte si ripetono pedissequamente, divenendo riti, e non routine.
La routine è vuota, monotona, mentre un rito è ricco di sapore, sa di mistico, sa di amore.
È di questo che l’uomo ha bisogno, di piccoli eventi che si ripetono, di piccole certezze inattaccabili proprio per la loro natura intrinseca, per la loro debolezza. Una miriade di eventi che uniscono, si duplicano, prendono vita sino a divenire un complesso immenso e tangibile.
Etereo, caldo, confortevole.
Riflettendoci dirai che in fondo sono solo piccoli e insignificanti accadimenti, Luis.
Piccoli accadimenti.

Il colore della vita.

by the way

Febbraio 26, 2009 - 3 Responses

Troppo spesso si pensa al fatto di essere lunatici come ad un brutto difetto, qualcosa di veramente esecrabile, da cui prendere le distanze. Eppure, c’è tutto un favoloso mondo dietro questa volubilità del proprio carattere, qualcosa che il normale essere umano non potrà mai comprendere.
L’uomo non lunatico, difatti, ha una visione monodimensionale del mondo – che pur a tre o più dimensioni – gli sta intorno. Una visione striminzita e monotona, che lo porterà ad osservarsi allo specchio e vedere lo stesso volto di sempre, di bere da una tazza il latte a colazione e constatare che abbia lo stesso sapore del giorno precedente, di vedere le stesse persone e provare sempre le stesse cose, di guardare il cielo e vederlo sempre e solo celeste, o grigio.
Dev’essere davvero deprimente.
L’uomo lunatico, invece, gode di alti privilegi preclusi all’occhio e alla mente dell’uomo monocromatico.
Si alza la mattina e, a seconda di un qualche turbamento interiore, molto spesso di natura stocastica, sceglie un universo nuovo dentro il quale vivere la propria giornata.
Guarda il proprio volto allo specchio e vede una persona differente, a volte bella, a volte brutta, a volte giovane, altre invecchiata prematuramente. È qualcosa di fantastico!
Intendiamoci, l’uomo lunatico non fa alcuno sforzo per ottenere questi strabilianti risultati, semplicemente vengono da loro, e vi assicuro che l’esperienza provata è di tutto gusto.
Assaggia il latte mattutino, giudicando che abbia il solito gusto e che gli vada di berlo, oppure lo trova imbevibile e pensa a come può essere stato così masochista da ammannirsi quel disgustoso liquido biancastro per tutto quel tempo.
E così via, anche per i rapporti sociali, un giorno vedi un tuo amico o la tua ragazza e godi inebriato della loro – a volte vuota – compagnia. Altre volte vorresti che, perdio, chiudessero un attimo il becco e ti lasciassero un po’ in pace.
Certo, si debbono considerare tutte le conseguenze del caso, poiché quando si tratta di rapporti sociali possono sorgere numerosi e fastidiosi contrattempi. Io ho imparato a fregarmene col tempo, e ho notato che ciò ben si abbina alla mia capacità straordinaria di vivere in questo universo multidimensionale senza troppi patemi.
Insomma, essere lunatico è una cosa buona, che ti gratifica, non un brutto difetto.

Chi afferma il contrario è solo invidioso.

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Febbraio 26, 2009 - Leave a Response

“Quando nel corso di un’intervista per il New Yorker dissi all’intervistatore (Mark Singer) che credevo che le storie fossero oggetti trovati, come fossili nel terreno, rispose che non ci credeva.
Replicai che mi stava bene, l’importante era che ci credessi io.

Stephen King, On Writing.

entanglement

Febbraio 22, 2009 - Leave a Response

An se ne stava seduto sul bordo di quella sporgenza rocciosa, gettando di tanto in tanto lo sguardo giù in basso al guazzabuglio di persone che ribolliva come brodo in un grosso calderone focoso.
Poteva sentire il trapestio sordo di tutte quelle vite, ammirare le forme sinuose dei loro percorsi, contare la varietà dei colori che si mischiavano in quel coacervo sfocato di gente.
Fissava le sue mani, poiché aveva già avuto modo di vedere i suoi occhi riflessi in una pozzanghera, poco prima di raggiungere la sommità dell’altura, ma non riusciva a trarre alcuna considerazione.
Non aveva un aspetto malvagio, eppure si credeva cattivo, mentre osservava distratto e distaccato le onde brillanti di colori bianchi e neri che si rimescolavano inquiete dinnanzi i suoi occhi di bambino.
Credeva che, in cuor suo, non albergasse più un alito di bene, eppure non aveva il modo di dimostrarlo.
Improvvisamente, accanto a se, vide una figura fare capolino, incerta.
Era una creatura dinoccolata molto simile ad una giraffa, nonostante fosse bipede ed al posto della testa avesse un grosso occhio senza palpebre che osservava di sghimbescio il cielo uggioso.
An la osservò, ma non provò nulla nel vederla.
Piuttosto levò lo sguardo al cielo, per cercar di rendersi conto di cosa guardasse quella strana giraffa, eppure non vi trovo nulla. La cosa non lo turbò: scrollò le spalle e torno ad osservare la creatura.
Questa trasse un foglio di carta ed una matita rossa da un luogo imprecisato del suo corpo, e iniziò a scarabocchiare qualcosa. An la osservava impassibile.
Dopo alcuni secondi, la giraffa ultimò il proprio lavoro – sempre senza guardare il foglietto, ma rivolgendo il suo occhio al cielo, come fosse strabica – e lo passò al ragazzino, che lo accettò senza proteste.
Era un messaggio lungo, vergato con una calligrafia molto incerta (in effetti, An non si sarebbe stupito del contrario).
V’era una possibile spiegazione a tutto quello che An osservava, quindi la lesse, incuriosito.
La giraffa sosteneva che ogni persona che veniva al mondo era sola e senza meta.
Non faceva una piega, in fondo era vero.
Il messaggio continuava chiarendo che ogni uomo brancola nel buio della propria esistenza attratto da forze imprescindibili ed immanenti, finché non batte duramente contro un altra particella identica a lui. O forse diversa, boh.
An osservò stranito quest’ultima frase.
A quel punto si verifica una cosa che i fisici chiamano con il nome di entanglement: la particella diventa un sistema unico con quella contro la quale ha sbattuto così violentemente.
An si grattò la testa un po’ confuso poiché quella teoria era proprio strana, tuttavia, decise di continuare.
Da quel momento l’uomo, la particella, si potrà allontanare di una distanza arbitraria, non importa quanto grande: essa sarà per sempre legata a quella contro la quale ha sbattuto. Magari anche distrattamente.
Era una teoria interessante, poteva avere un fondo di verità, così An scrollò la testa ed appoggiò il mento sul palmo della mano, osservando il torrente di colori sotto di lui.
Poteva ipotizzare che per quanto lontano un uomo possa fuggire, certe cose sono sempre subdolamente presenti, in ogni azione, in ogni comportamento oppure in ogni fottuto respiro.
An lo ipotizzava con la massima sterilità, tanto che quel “fottuto” davvero non sapeva di niente, eppure sentiva di doverlo inserire.
A volte l’elastico si contrae e l’effetto di anti-località viene annullato, altre volte si spezza e le particelle vagano un po’ via, intente a descrivere traiettorie curve e vuote, ma in cuor loro, nel loro piccolo cuore di particella ci sarà sempre una versione semplificata ed idealizzata di quella contro cui hanno battuto la testa e che prenderà parte al processo decisionale per la descrizione di traiettorie circolari e vuote.
An lesse e rilesse quelle parole: erano belle parole, ma non gli dicevano proprio nulla.
Beninteso, condivideva quel pensiero, era una gran bella teoria, ma non provava nulla ed ancor più non capiva cosa potesse c’entrare quel fatto con la sua cattiveria.
Così, la giraffa reclamò il foglietto con dei gesti vacui e iniziò nuovamente a vergare alcuni confusi segni con la propria matita rossa, dopodiché, passò il messaggio ad An.
Il ragazzino lesse le nuove parole, anzi, la nuova parola, dato che in realtà sul foglietto faceva bella mostra un: “PARADOSSO!”, dal tratto deciso e vermiglio.
D’un tratto An capì, ma questo non lo smosse d’un millimetro.
Gettò la mano destra oltre la spalla e diede una vigorosa pacca sulla giraffa che, perdendo l’equilibrio, cadde rovinosamente dallo sperone.
An comprendeva che quella parola significasse che in realtà quella teoria non era affatto valida per lui, che si era così sviscerato da iniziare a non provare più nulla per nessuno di quei colori sotto di lui, come se il proprio cuore fosse ricoperto di cera (quella per le candele, rossa magari).
E la strana giraffa cadeva e dall’alto An potè notare che adesso quell’occhio guardava lui e la sua espressione era triste, e gli fece tenerezza.
Ma lui non provava proprio nulla, di quella tristezza non aveva proprio nulla da farsene, perciò capì che in effetti era davvero diventato cattivo, e non perché fosse cattivo, ma perché adesso tutto il mondo avrebbe potuto bruciargli dinnanzi, e lui non avrebbe mosso alcun dito.
E questa, in effetti, poteva essere una cosa fastidiosa: “proprio come quella giraffa sbilenca“.

libri

Gennaio 6, 2009 - 2 Responses

Il duemilanove sarà l’anno della lettura.
A stabilirlo è stato il Ministero Supremo della Cultura che, suffragato dal Consiglio Generale delle Iniziative Quotidiane, ha emesso un decreto con decorrenza immediata: “almeno dodici libri per fine anno!“, ha dichiarato fiducioso il ministro.

Negli ultimi giorni dell’anno scorso, osservando la pila di libri regalati e considerando il pochissimo tempo speso nelle attività extracurriculari di lettura, ho promesso a me stesso che quest’anno avrei letto di più.
Dodici libri sono una cifra onesta, se non fosse altro che l’ho imposto come un limite inferiore: almeno dodici libri.
Ciò vuol dire che per ottemperare alla mia promessa dovrò leggerne qualcuno in più.
La scelta di tanti libri non è affatto un problema, dato che ho in mente tanti titoli che non vedo l’ora di leggere: la casa degli spiriti, cent’anni di solitudine, la trilogia in cinque parti di adam douglas, lo hobbit, il profeta, c’era una volta un re…ma morì, qualcuno con cui correre, il lupo della steppa e la sestologia delle cronache del ghiaccio e del fuoco, di cui m’aveva appassionato tanto il primo libro (da rileggere).
Poi vorrei rileggere il nome della rosa, alcuni capitoli di moby dick e soprattutto qualche classico, specialmente italiano.
Non voglio fare della lettura il mio baluardo, ma impiegare meglio il mio tempo che, purtroppo, molte volte viene sprecato in attività ludiche dal basso senso educativo oppure…no, un attimo, ma io non sono un moralista!
Okay, prometto che mi impegnerò, tutto qua.

Per non perdere tempo ho già iniziato e finito l’ombra del vento, ma le mie considerazioni sul tal romanzo di squisita fattura le rimando ad un altro post più specifico.
Detto questo, allungo le mani su una gradevole raccolta storica sull’evoluzione del mito del vampiro* e mi immergo nuovamente nella lettura.

*: il primo che mi nomina twilight verrà brutalmente assassinato dalla sottoscritta dramatis personae.

notte

Gennaio 6, 2009 - Leave a Response

E’ incredibile come certe melodie riescano a farmi piangere.
Potrà sembrarti una cosa banale ch’io riesca a piangere così tante volte e commuovermi come un bambino, bagnandomi le guance di strisce di lagrime innocenti che scivolano verso il collo, come se più di ogni altra cosa risentissero della forza di gravità.
Eppure non è banale, sai?
Immagina ch’io mi sia trattenuto ancora qualche secondo dinnanzi al quadrato luminoso del mio portatile, immerso nell’oscurità infinita del mio vecchio salotto e come sottofondo possa udire Les Jours Tristes svettare in un tripudio di campanelli e violini.
A tutto questo aggiungi una ridda di pensieri sull’incertezza del mio futuro e l’instabilità del mio presente.
Se hai potuto immaginare tutto questo, prova a contemplare l’effetto della sovrapposizione di questi effetti in una fredda notte di un sei gennaio malinconico, perduto figlio d’un anno sconosciuto.
Pensi ancora che qualche lacrima può essere cosa banale?
Se è così, sarà forse un bene, poiché non hai che da chiederti perché sotto il serico manto azzurrino dell’oceano della tua vita non riesci a scorgere alcunché, solo indistinte figure che guizzano veloci da un posto ad un altro. E nessuno sa perché.
Magari stai navigando con il vento in poppa e la prua verso Nord e non conoscerai bonaccia, né il boma della randa ti urterà violentemente a seguito di un soffio di vento troppo intenso e non dovrai far conto con tempeste e fortunali.
Io, dal mio cantuccio profondo e sconfinato, sotto quella superficie volubile e ammaliante che tu hai solo degnato di poche occhiate sgraziate, viaggerò e perirò, giungendo a dover compiere il periplo di una scogliera troppe volte, prima di considerare altre rotte.
Oh, Luis, t’invidio, è vero, poiché tu navigherai in acque chete, mentre io pur rollando nelle dolci correnti transoceaniche dovrò sempre sopportare la pressione di una colonna d’acqua che, come una condanna, m’inabisserà nel suo soave blu profondo, sino a quando mai più potrò tornare a galla.
Allora maledico la curiosità, maledico l’intelligenza, maledico la mia mente che fa correre la cavallina per i quattro mari, Luis, e per niente al mondo si fermerà finché potrà avida ingollare scritti, immagini, suoni, colori e nulla.
Ah, eppure è tutto quest’oceano freddo glaciale ad intirizzire il mio spirito rendendolo al tempo stesso docile, liberandolo d’un atavica follia incontrollata che ardendo mira a consumare il mio spirito, soprattutto nelle notti più aspre.
Anche per questo, Luis, mi son rifugiato nel fondo degli oceani e te ne racconto, perché è strano che queste righe mi siano apparse dinnanzi agli occhi, come una visione, e che io, appena dianzi, non avessi in mente nulla di preciso da scrivere.
Solo sensazioni, mio buon amico, che non potevo lasciare inghiottire dal sepolcro dell’ignavia; dritto nell’oblio.

E così, in modo un po’ solitario, ma incredibilmente poetico, ti auguro e m’auguro allo stesso tempo un buon riposo.
Che perlomeno possa dormire abbastanza per entrambi, giacché tu che sei senza tempo, possibilità più non hai.

E mi domando se tu ne abbia mai avuta.

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Gennaio 1, 2009 - Leave a Response

So it’s time to stop being so impatient.

Impatience – We Are Scientists (Brain Thrust Mastery)

endlessy

Dicembre 29, 2008 - Leave a Response

Mi sento stranamente diviso in questi giorni.
Un lato di me desidererebbe, con ogni sua forzicina, che questi giorni non passino mai, di continuare a fare questa vita, in questo tempo, a quest’età, con queste persone.
Vorrei congelare tutto in un’ampolla di cristallo e rifugiarmi in un gorgo temporale, sospeso a metà con i miei sensi e la mia dimensione in stasi.
Lo desidero ogni volta che vedo Alessandro girare l’angolo per tornare a casa, o Ciro salutarmi dallo spiraglio aperto tra la porta d’ingresso e lo stipite, quando vedo Vittoria sorridere o Giovanna uscire un po’ di se. [Giuliana la vedo sempre sclerare, quindi non fa testo!]
Mi piacerebbe rivedere la mia sorellina, col broncio, tutte le volte che voglio: sempre lì, a casa mia.
Ogni volta che colgo queste espressioni, questi attimi, immagino che tutto venga congelato da un’onda d’urto, proveniente chissà da dove, ed il silenzio scenda a custodire quella piccola opera d’arte del Creato, per sempre.
D’altro canto, ogni qualvolta rimango da solo con me stesso, come in questo istante: immerso nel buio del soggiorno, inarcando la schiena ad osservare l’eco delle stelle in terrazza, oppure proprio quando alzo gli occhi dal libro che sto leggendo, e mi accorgo che siamo solo in due in quella stanza; ed entrambi non esistiamo proprio un gran ché.
Sento d’aver bisogno quel cambiamento radicale che spazzi via le barricate del mio ego, penetri nel cemento delle mura di cinta, divelga i contrafforti, spezzi le torri e come una marea tumultuosa s’abbatta contro le pareti della mia mente, quieta e placida.
Lo penso ogni volta che vedo il mare battere sui frangiflutti e rimescolarsi nelle rientranze delle banchine del porto.
E’ una dicotomia che non ammette soluzioni nei numeri reali, la mia.
Eppure, caro Luis, son contento, perché non mi sentivo così bene da tempo e non mi concedevo riflessioni così importanti, considerandole al tempo stesso affascinanti poiché un po’ distaccate, da chissà quando.
Non ricordo qual è stato l’ultimo Natale in cui ho considerato Sant’Agata migliore di Catania, tanto da voler fermare tutto, cliccare su rewind e ripartire per l’ennesima volta.
Ah, son felice e al contempo sospiro.
Sognando quell’effimera beltà che solo nei miei sogni si manifesta apertamente e nella realtà si propone immaginaria, giocando e circuendomi, senza assumere la forma che desidero, che pretendo.
Ma cos’è mai questo, se non l’eterno dramma dell’uomo?
Il diuturno conflitto che mi accompagnerà sino all’ultimo dei miei giorni e che, probabilmente, non troverà alcuna risposta: né in sorriso, né in uno sguardo, né in un gesto o mille malìe. In niente di tutto questo.
E che pur, esistendo per ricordarmi la mia incompletezza, non mi impedirà mai di giungere alla pienezza dei miei sensi.

Un attimo per volta.