Luis Abbott era un ragazzotto smilzo e dinoccolato, dai capelli giallastri e gli occhi perennemente socchiusi in un eterno guatare.
Luis Abbott aveva un destino già fissato, scritto per lui da qualche mano macabra o sapiente o onnisciente o qualcosa del genere.
Luis Abbott doveva morire.
Ma la sua non sarebbe stata una morte normale, sebbene fosse molto probabile che il suo decesso ne avesse infine i connotati.
In veste di scrittore non so dirvi se al ragazzo la cosa piacesse o meno, in realtà, questo non dipendeva molto da lui: tutti i maschi e le femmine della famiglia Abbott nascevano con la tendenza del suicidio inglobata direttamente nel DNA.
Difatti, Luis, come suo padre, il padre di suo padre, il padre di suo padre di suo padre e tutti i padri dei padri dei padri, di suo padre, avevano il compito – sarebbe opportuno chiamarlo così, vista l’abnegazione che vi dedicavano – di suicidarsi, ma non prima di essere convolati a giuste nozze ed aver dato vita ad una numerosa prole.
Così, anche a Luis, presto o tardi, sarebbe toccato onorare la tradizione di famiglia e porre fine alla sua vita.
Suo padre, ad esempio, il caro vecchio Henry Abbott, famoso per il suo tiro incrociato a bowling – uno strike ad ogni colpo – e per la sua passione per i romanzi noir, un giorno, verso la quarantina, senza ragioni apparenti, decise di buttarsi sotto una cesoia elettrica lasciata “sbadatamente” accesa nel cortile.
Una morte abbastanza classica, nemmeno lontanamente degna del trapasso faraonico operato dal proprio padre, David J. Abbott, nonno di Luis e vero e proprio Da Vinci del suicidio.
David, rinomato per il suo vivo interesse per la fisica newtoniana, decise di versare nella propria tazza di caffè mattutina un’abbondante dose di veleno per topi per poi ingollarlo in una sola, grande boccata. Ciò provocò un’ovvia reazione repulsiva nel suo piccolo stomaco che lo fece correre istintivamente – nonostante l’avesse già calcolato a priori – nel proprio bagno del secondo piano, all’entrata del quale egli stesso aveva steso ben bene una fune che non esitò a farlo inciampare vistosamente. Barcollando, il vecchio e buffuto nonno, andò a sbattere contro il ripiano a due ante posto sopra il lavabo, ove era riposto e collegato alla corrente elettrica un antiquato asciugacapelli che, ricevendo un colpo calcolato sino al millesimo di Newton, rimbalzò verso la vasca piena d’acqua alla propria destra.
Nel frattempo, il nonno, ancora barcollante, inciampava nuovamente battendo le ginocchia contro i bordi della stessa vasca.
Calcolare la derivazione a destra del proprio vacillamento era stato un capolavoro di meccanica e psicologia spicciola - e di un po’ di volizione specifica, di cui nessuno sarebbe mai venuto a sapere nulla.
Asciugacapelli e nonno si tuffarono in acqua in perfetta sincronia, e l’enorme lucore del guizzante scintillio dell’elettricità che frizzava nell’acqua fu un perfetto coronamento ad uno sforzo suicida non solo efficace: ma bello da vedere.
Al suo funerale, folti stormi di amici, conoscenti, e qualche parente ancora (per poco) vivo fecero trionfare un lungo e sentito applauso di deferenza alle comuni lacrime riservate alle persone ordinarie.
David J. Abbott: che uomo!
Così Luis aveva un retaggio non proprio leggero, essendo stato suo padre un fiasco nel morire, spettava a lui eguagliare le gesta del suo nonnino, con un atto di suicidio almeno eguale a quello del suo venerabile predecessore.
La natura, tuttavia, per qualche strano motivo, non era stata proprio generosa con lui, avendogli donato un aspetto orrendamente pittoresco, che non poco ostacolava la sua via per la felicità/morte.
Era sicuro d’aver visto più “due di picche” del campione mondiale di ramino, ma la cosa non lo rendeva molto orgoglioso.
Ormai c’aveva fatto il callo, era scontato.
“Si piange solo per la prima donna”, diceva sempre il suo trisavolo Lorentz Abbott, sebbene Luis non ricordasse bene né il nome, né il volto, né alcunché della prima ragazza che aveva avuto l’onere, nonché l’onore, di respingerlo tout court.
Ciò era dovuto al fatto che oltre all’aspetto raccapricciante, Luis non era dotato di un’ottima memoria: non di rado gli accadeva di dover calcolare “a mano” la propria età, per rimediare ai capricci di una mente non prorio sfavillante.
Questo ci porta ad un secondo gravissimo problema che, coadiuvato al primo, avrebbe reso impossibile il coronamento del suo sogno d’amore, nonché meta importante da far precedere al suo dovuto suicidio: uno scarso e poco prolifico intelletto.
Dopo un attento e prolungato ragionamento quindi, decise che l’atto del matrimonio, in fin dei conti, non era molto importante è che, dopotutto, poteva esercitare il suo diritto al suicidio senza compiere quest’importante, e quantomai impossibile, tappa.
Un giorno come un altro, Luis scese nella cantina della sua enorme magione di famiglia, tramandata di generazione in generazione, per munirsi di qualche metro di corda di canapa e, soprattutto, cercare lei: la Bloody Valentine.
La celebre Bloody Valentine altro non era che una lucente rivoltella Remington calibro 44, risalente alla fine dell’ottocento, ed utilizzata con successo da numerosi membri della sua famiglia: qualcuno la chiamava Black Lady, qualcun’altro Bloody Georgie; suo cugino, che era omosessuale, la chiamava Black Macho.
A Luis piaceva chiamarla così, Bloody Valentine. Era un nome piuttosto famoso, gli ricordava un vecchio horror degli anni sessanta.
Il piano era questo: attaccare saldamente la corda di canapa al lampadario della sua stanza, posare la rivoltella sullo scaffale più vicino in modo che potesse inforcarla allungando semplicemente il braccio, e procedere con un doppio lavoro di impiccagione ed auto-esecuzione sommaria.
Non gli era venuto nulla di più geniale in mente e, in cuor suo, sperava davvero che potesse bastare: in caso contrario non ci sarebbero stati pianti al suo funerale, ma risate.
La nuova generazione di Abbott affettava una palato piuttosto sopraffino e non di rado i loro severi giudizi erano scesi, come scuri, ad oscurare la memoria di qualche suo cugino non troppo avvezzo nell’arte dell’auto-eliminazione.
Beh, non v’ingannerei troppo se vi dicessi che la stessa sorte sarebbe toccata anche a Luis, sfigato non solo sino all’atto di morte, ma anche ben dopo.
Tuttavia, ciò non avvenne mai.
Quando tutto fu pronto, Luis diede un calcio alla sedia che lo sorreggeva, lasciandosi appeso con un cappio stretto al collo mentre, oscillando, cercava di afferrare la rivoltella.
La sorte volle che, nel momento stesso in cui agguantava la Bloody Valentine, il lampadario si staccasse dal soffitto, facendo cadere rovinosamente Luis sul pavimento, con grande biasimo da parte dei suoi genitali costretti ad un impatto alla quale non erano affatto preparati.
Rammaricato per il suo fallimento, decise di farla tristemente finita, calcando il muso scintillante di Valentine dritto in bocca e premendo il grilletto.
Incredibilmente, la rivoltella non fece fuoco.
La Bloody Valentine, autrice di ventiquattro tra i più nobili suicidi che la storia della famiglia Abbott avesse mai avuto l’orgoglio di narrare, aveva fallito un colpo.
“La Black Lady non fallisce mai un colpo, figliuolo!”, diceva il suo saggio bisnonno, Patric Abbott, “Ne uccide più lei che il virus dell’ebola”.
Che enorme vergogna e che gran disonore era quello, per un membro della famiglia Abbott.
Mai, e dico, mai in sette secoli di storia di famiglia, a partire dal suo onorevolissimo antenato Howard J. J. Abbott, di cui si dicesse che il proprio vanto di possedere del vero sangue blu non fu smentito nemmeno dinnnazi ad una platea di duecento persone, veri e propri spettatori del suicidio, che stupiti ed entusiasti si lanciarono in un applauso da record, mai, ripeto, era accaduto che un Abbott fallisse nel suo tentativo di suicidio.
Ciò, però, lo rendeva immortale.