“Quattro giorni fa si è spento Gary Gygax, ovvero il geniale inventore di quel gioco che oggi tutti conosciamo come D&D. Un uomo che ha saputo influenzare un mondo intero e le vite di numerose persone, sfruttando la più pura e magica capacità umana: l’immaginazione.
Devo molto a lui, anche se indirettamente. Probabilmente se non vi fosse stato il D&D forse non sarei stato così bravo ad immaginare come lo sono adesso.
In suo eterno onore, ho deciso di scrivere questo breve racconto per ricordarlo, prendendo in prestito le identità dei miei tre giocatori preferiti.
“
Il mio sguardo era fiso nell’oscurità al di là del cono di luce irradiato dalla lampada e qualche candela, e la mia stessa mente s’era fermata a contemplare quel vuoto che sembrava infinito.
Ed anche tanto affascinante.
“Angelo? Ci sei?”, chiese una voce accanto a me.
“Sì, scusa, mi ero distratto, dove eravamo?”.
Un’enorme esplosione crebbe dinanzi agli occhi trasaliti del giovane Alexander, mentre un pilastro di fumo s’annodava nell’aria grigia del primo imbrunire.
Nella miriade di frammenti fumanti e guizzanti dardi di fuoco, la testa del drago dorato si levò, avvolto da archi di polvere e rivoli di terriccio cadenti dalle cavità della propria pelle squamata.
“Come osi sfidarmi, sciocco umano!”, tuonò la creatura, mostrando con alterigia le proprie magnifiche ali.
Alexander strinse tra le mani lo spadone e sussurrò qualche parola in Celestiale, socchiudendo gli occhi e concentrandosi.
“Heironeous, dammi la forza, dammi la forza…”, ripeteva nella propria mente, dando la forma di una solenne richiesta a quel cantilenante susseguirsi di parole.
Dal cielo s’aprì un varco tra le nubi, ed una strale di divina fattura si scagliò fiera contro la punta dell’arma dell’eroe, impregnandola d’una luce santa e vigorosa.
“Con la fede io non ti temo!”, pronunciò il paladino, prima di scagliarsi contro il drago.
“Dovresti, invece!”, ribatté quest’ultimo, con una bieca e mordace ironia.
Alexander balzò lesto dinnanzi il robusto petto del drago, sfoderando una raffica di fendenti ed affondi, creando ferite e tagli di considerevoli dimensioni che, in tutta risposta, sputarono guizzi di sangue, ardente come il fuoco dei Sette Inferi di Bathor.
Il drago arretrò, in parte sorpreso dalla sortita offensiva dell’umano.
“Tutto qui, quello che sai fare?”, schernì, guatandolo con gli occhi iniettati di sangue.
Estese la sua imponente coda sopra il suo capo e la fece ricadere in una violenta sferzata tra alberi e sassi. Alexander abbassò la difesa per coprirsi dal coacervo di detriti scagliati dall’attacco del drago e, proprio il quell’istante, fu colpito da un’irruente incornata che lo scaraventò contro il tronco di una quercia.
“E’ tempo di morire, Cavaliere di Heironeous”, proclamò solennemente il drago di fuoco, inspirando una larga sacca di aria per generare nei propri magici polmoni un vortice di fiamme.
Alexander cercò di muoversi, ma fallì nel tentativo.
Per la prima volta nella sua vita, ebbe la sensazione che il gioco fosse finito.
Il drago lanciò il suo respiro ardente in direzione del guerriero ferito.
La vampa illuminò con il suo rubicondo ardore l’aere quieto dell’incipiente serata, mostrandosi avvenente ed esiziale, come una dama dagli ammalianti tratti ma dall’animo spettrale.
D’un tratto, Alexander si sentì afferrare per la spalliera.
Si voltò, per vedere illuminato dalle fiamme il volto di Tulkas, un mezz’orco barbaro.
Non fece nemmeno in tempo a realizzare cosa stesse accadendo, che il compagno lo tirò via dal pericolo, salvandolo dalla sempiterna voracità della fiamme.
“Tulkas, amico mio, ti ringrazio, credevo fossi morto!”, ammise stupito il paladino.
“Un barbaro non muore mai, Alexander!”, esclamò questi, incespicando un po’ sulle parole.
“E’ la verità, mio fiero ed immortale amico, ma adesso è tempo di porre fine alla malvagità del drago di fuoco!”, suggerì solennemente al suo compagno.
Quelle parole stimolarono l’animo di Tulkas, gettandolo nell’ira più profonda: la leggendaria ira barbarica.
Il furibondo barbaro sollevò la sua ascia impregnata dal potere del ghiaccio, mentre i suoi possenti muscoli si gonfiavano e la sua voglia di sangue diveniva di pari proporzioni alla concupiscenza serrata d’un signore Vampiro.
Il drago cessò il suo cono di fiamme, convinto della vittoria, quando vide il barbaro caricarlo con una violenza pari a quella d’una frana molesta.
Il barbaro colpì un braccio, fracassandoglielo al primo impatto e, dandosi la giusta spinta, compì un balzo che lo portò all’altezza del volto della creatura.
Afferrò le enormi corna ed iniziò a vessare il capo, provocandogli ingenti danni, in una tempesta sanguinolenta di distruzione.
Nel frattempo, Alexander posò lo spadone ed impose la sue mani sulla ferita, invocando il potere benevolo del suo dio per guarire i danni subiti.
Il drago, piegato sotto i colpi ferali del barbaro, raccolse le sue forze e generò un’ondata d’energia esplosiva, che lanciò il suo torturatore a parecchi metri di distanza, scavando un cratere di enormi proporzioni.
Anch’egli sembrava essere caduto nell’ira.
“Stolte creature, potevate morire con dignità, tuttavia, avete scelto la via del dolore!”, tuonò cupo il drago, mentre un manto di fiamme lo attorniava.
Per un’ultima ed esiziale volta, caricò il suo virulento respiro di fiamme, conferendogli il doppio, se non il triplo, della potenza prima mostrata.
Stava per scagliare il colpo sui due compagni, ormai spacciati, quando una tempesta di meteore eruppe dal cielo sereno, piombando contro il drago.
Dalla volta screziata dalla moltitudine di fiamme e dardi, apparve un elfo dalla capigliatura lucente come la luna.
“Aracne!”, gridarono i due compagni, oltremodo sollevati dalla sua apparizione.
Lo stregone si lanciò sul capo privo di sensi della creatura: “E’ tempo di strisciare, lucertolone!”, esclamò, con una sottile e cupa ironia.
“Presto Alexander, prendi la vita di questa creatura, lui non la merita più dal momento in cui ha deciso stolidamente di incrociare la mia strada.”, schernì ulteriormente Aracne.
“Non posso farlo, non è onorevole privare della vita un essere indifeso, per quanto malvagio esso possa essere!”, rispose Alexander con altezza d’animo.
“Sciocchezze da paladino! Tulkas, presto, decolla la lucertola, prima che si risvegli e ci faccia pentire di non aver fatto la cosa giusta!”, ribatté lo stregone con la solita ironia, lanciando un’occhiata carica di malizia al paladino.
“Sì, ci penso io!”, rispose Tulkas, con il suo rozzo accento barbarico.
Il barbaro sollevò la lama, pronto a rintuzzare il collo della creatura…
D’un tratto, il dado mi cadette dal tavolo, rotolando laggiù nell’oscurità.
Passai lo sguardo attorno a me.
C’era qualche manuale accatastato, i dadi sparsi per tutto il tavolo, le candele con le loro forme sgraziate o affascinanti, il tabellone eretto a dividere le scritture del master dalla curiosità dei giocatori.
Ma non v’era nessun’altro nella stanza.
In quell’attimo la fantasia tacque e l’oscurità cadde più forte nella stanza vuota.
Non so perché, ma avevo come la sensazione che quel dado, quello splendido dado, che da solo vale più di tutto un mondo, non l’avrei più ritrovato.
Mai più.
Addio Gary.
bellissimo, toccante post … grazie Heironeous, adesso potrai sicuramente continuare in pace a tessere i destini di tutti gli avventurieri che nel fantasy continuano a sognare … magari ti ritroveremo nel volto di una vecchietta esperta di magia … su un luccichio di una spilla druidica … o chissà sotto le scaglie di un magico drago dorato … oppure nella scintilla che risplende negli occhi di un giocatore mentre con il cuore pieno di felicità lancia un dado in una magica notte di D&d