Lettere, Episodio 2

L’uomo con il mondo dentro

Si dev’essere molto soli, per avere un mondo dentro.

“Mio Carissimo David,

lo so che per te sarà strano risentirmi, dopo tutto quello che è successo, ma, io ci tenevo a rispettare la promessa.
Quel giuramento fatto prima di partire, nel locale di Luis, tra qualche tazza di caffè sapido e quelle ciambelle stracolme di gocce zuccherate. Le stesse fatte con farina, zucchero, latte e catrame, a tuo dire.
Il ricordo mi fa tanta tenerezza.
Avevo promesso che se ci fosse stata qualcosa che avrebbe cambiato indissolubilmente, indefettibilmente la mia vita, tu saresti stato il primo a saperlo.
Così, ti scrivo questa lettera, sotto il cielo della notte di questo piangente cinque maggio, proprio stretta tra stelle e lacrime, amico mio.
Non so da dove iniziare per spiegarti quello che mi è successo, molto probabilmente, mentre leggerai queste righe esclamerai: “dall’inizio, stupido coniglio!”.
La solita imbranata.
Allora inizierò proprio da lì, che dici?
Esattamente un mese fa, una mattina persa tra i giorni di un piovoso aprile, incontrai qualcosa che avrebbe dato un senso alla mia esistenza.
Arrivai molto presto all’ospedale, non v’era molto da fare, tutto sembrava molto calmo.
Scambiai qualche parola con Sally alla Reception, parlando del più e del meno, quando socchiudendo gli occhi ed avvicinando il capo, con discrezione e confidenza, mi narrò del giovane della stanza centotrè.
“Fai un salto da lui più tardi, magari gli fai un po’ di compagnia, sta sempre solo quel povero disgraziato.”, disse.
Sally era una brava madre di tre figli, ma non aveva mai avuto molto talento nel trattare con ragazzi e ragazzini. Che i suoi figli fossero cresciuti sani, diligenti e non affetti da malattie veneree, ti giuro, era quasi un miracolo.
Comunque.
Andai in questa stanza, la centotrè, seguendo la dritta di Sally.
Ciò che vidi fu un ragazzo dalla luminosa chioma bionda disteso su un’enorme branda, con le spalle appoggiate alla testiera metallica. Un raggio di luce fendeva le placche delle tendine e illuminava il suo capo rivolto all’esterno; lo sguardo disperso tra gli edifici grigi e sporchi e le montagne innevate sullo sfondo.
Feci qualche passo e mi sedetti su una sedia accanto a lui, sussurandogli: “Non si vede un bel panorama da qui.”.
Lui si voltò, e nei suoi occhi vidi una quieta beatitudine che mi stupì.
“Magari è perché non lo sai guardare.”, mi rispose, ed il mio cuore ebbe un sussulto, poiché le sue parole vibravano. Sapevano di tutto.
Iniziammo a parlare, ed il tempo trascorse molto velocemente. Fece colpo su di me immediatamente.
Si chiamava Eric, era un ragazzo molto giovane, aveva solo diciannove anni, ma parlava come un oracolo, e mostrava una saggezza fuori dal comune. Qualcosa di assolutamente incredibile.
Io non sapevo perché, ma ogni volta che lo rivedevo il mio interesse cresceva, e cresceva. Nei giorni successivi, io tornavo da lui come una ragazzina che torna dal nonno per ascoltare nuove rutilanti storie. Mi faceva sentire così strana.
Non mi volle dire per quale motivo era ricoverato lì, in quella solitaria stanzina dell’ospedale, così, tra un turno e l’altro, quando non ero da lui, indagavo qua e là, tra medici e colleghi.
Scoprì che i suoi genitori erano dei ricchi contribuenti dell’ospedale e che era ricoverato per un forte disturbo di Tourette. Inoltre gli era stata diagnosticata una grave malformazione al cuore, che lo aveva reso troppo grande per il suo petto.
Un buffo e triste paradosso, quello di un cuore troppo grande per la sua piccola cassa toracica.
Io non vedevo nulla di anormale in quel ragazzo, a parte quel calore che conferiva alle parole, quei gesti ieratici, quello sguardo penetrante.
Così, una sera di due settimane fa, davanti alla tv, stravaccata sul divano, mi venne la voglia di andarlo a trovare, svegliarlo di notte e stare un po’ con lui, non come due amanti, ma due amici intimi, stretti assieme in una notte illuminata da un chiarore lattiginoso e diafano.
Entrai nell’ospedale con molta discrezione e mi diressi alla stanza centotrè, stringendo sotto il braccio una confezione di cartone rosa, contenente cinque ciambelle preparate la sera prima.
Arrivata alla porta, pensai di sbirciare all’interno, colta da un improvviso ripensamento. Forse non era stata una grande idea avventurarmi lì, nel cuore della notte.
Poi, con la coda dell’occhio notai un movimento all’interno, sporsi la testa in avanti e vidi Eric sconvolto da violenti tremori.
Il suo corpo si contorceva come impazzito e dalla sua bocca fuoriuscivano gemiti sincopati, come in un’anormale danza isterica.
Pensavo d’avere capito la forma e la misura del suo disturbo, quando, ad un tratto, esplose.
Sì, hai letto bene David, vidi la sua sagoma scura stagliata contro i fari accesi del cerchio lunare esplodere.
E da lì ad un attimo, la stanza fu ricolma di arcobaleni arditi, pronti a solcare fiumi di ridenti acque e campi di grano accarezzati da onde di vento salmastro. Vidi barche beccheggiare sulla superficie increspata di un mare blu profondo e stormi di gabbiani disperdersi nel chiaro orizzonte, gioiendo del loro canto così alto e del libero arbitrio.
Vidi tutto quello, e subito dopo non vidi nulla.
Entrai nella stanza, sgomenta, e lui non c’era.
Così decisi di aspettare il mattino, ma il sonno mi prese e non riuscì a rimanere sveglia.
Furono le prime luci dell’alba a farmi riprendere e, David, fu in quel momento che vidi il miracolo.
Eric era lì, disteso sul letto, con il suo sguardo perso tra edifici e montagne.
Era lì; si voltò e mi sorrise: “Si dev’essere molto soli per avere un mondo dentro.”, disse.
Allora capì il perché di molte cose, David, di lui e di me.
Ogni notte mi recavo lì, per vederlo esplodere e fondersi con il mondo.
Non soffriva di alcun male, David, semplicemente, quel corpo era troppo insignificante per contenere una creazione così immensa.
C’era tutta un’altra esistenza che cercava di venire fuori nelle sue parole, nelle sue opere, nei suoi gesti. Ma ne usciva solo una piccola parte, tutto il resto non riusciva a trasparire da passaggi così piccoli e poco duraturi.
Così, di notte lui esplodeva in mille tripudi di colore, e tornava a fluire nel mondo.
Ero completamente affascinata da quella magia, aspettavo impazientemente il tramonto per andare a vederlo ed ammirarlo, ed ogni mattina mi svegliavo con il suo sorriso.
Però, un giorno, lui non tornò.
Decise di rimanere nel mondo, con il mondo.
Di lui non era rimasto che un bigliettino, giacente sul lenzuolo blu della brandina ospedaliera.
“A nutrire tanto, troppo amore, per tutto quello che c’è di buono, alla fine esplodi.”.
Era un’indicazione, non un addio. Io la colsi subito.
Avevo capito il segreto, David, ed ero pronta a provarlo sulla mia pelle.
Così, la sera stessa, provai a seguire il suo consiglio, a trovare ciò che di buono c’era in me e nel mondo, ed a unire tutto ciò con la beatitudine dell’amore. Sentire tutto dentro di me e parte di me.
Lo feci, e le mie mani iniziarono a muoversi da sole, scomposte in mille gesti scattosi e compulsivi. Vidi il mondo allargarsi e poi restringersi, e mi sentii come un sasso trascinato da un torrente.
E’ qualcosa di indescrivibile David, ma ha dato senso alla mia vita.
Ed adesso, eccomi qui, pronta a vivere e morire, persa nella solitudine della mia stanza, con un foglio sul tavolo ed una penna in mano, a scriverti.
Voglio tornare, David, voglio tornare da lui e da quel mondo che per troppo tempo ho tenuto lontano dal mio cuore. Lo voglio davvero.
So cosa farò adesso, mi sdraierò sul divano e metterò su la mia canzone preferita, mi rilasserò e mi lascerò andare tra le braccia di questo così gradevole caos.

Un’esplosione, David, un culmine al centro del cielo della mia esistenza.
E chissà, che anche tu, in cuor tuo, non la possa ammirare.

Con affetto, Rose.”

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