holidays

Dicembre 23, 2008 - Leave a Response

Un fascio di luce roseo giocherella con i miei occhi socchiusi ed indeboliti dal primo risveglio mattutino che, nel mio caso, corrisponde con l’ora di pranzo.

Che ore saranno? Non me lo chiedo, e dormo altre due ore.

Balzo in piedi, i miei non ci sono, la casa è libera: posso fare tutto quello che potrei fare tranquillamente a Catania, ma che in realtà non faccio, poiché non c’è piacere ad infrangere le regole se non c’è qualche vigilante che ti controlla.

Vado in cucina, afferro tutto quello che di zuccheroso esiste nella dispensa: cioccolato, bomboloni, merendine varie e le ingoio una dietro l’altra. Nessun grido di rimprovero arriva. Non dovrei mangiarle, mi faranno davvero male, vista la mia intolleranza. Me ne frego e continuo.

Accendo il pc, collego le casse al portatile, alzo l’indicatore del volume sino al massimo consentito dalle leggi della fisica, metto gli AC/DC. Ascolto il gaudio sonoro, cosciente che i miei vicini, nello stesso momento, si staranno chiedendo se ci sia un nuovo cantiere al lavoro nel vicolo.

Oh, questa sì che è una bella mattina di vacanza.

Dello studio, nemmeno l’ombra.

An intrepid dawn

Dicembre 13, 2008 - Leave a Response

E’ incredibile come ubuntu non finisca mai di stupirmi, soprattutto quando sto cercando l’indirizzo esatto del blog della comunità di GNOME e per caso mi imbatto in una nuova e sconosciuta applet (ovvero gnome-blog, se qualche utente di GNOME leggesse queste righe).

Comunque, dopo varie peripezie con il mio adorato xps (che in intimità chiamavo betty*), tra sbalzi di tensione dovuti a cavi vari e wireless che non vuole saperne di funzionare nemmeno a cannonate (cannonate virtuali, non oserei toccare betty* nemmeno con il pensiero!), sono riuscito ad installare la mia concupita Intrepid Ibex ed a sistemarla benino.

Quando avrò finito il duro e ricercato lavoro di personalizzazione estetica e non prometto di postare una bella screen del mio desktop più in tiro che mai (tanto con questa applet che promette faville, cose così sono a portata di click).

Per il resto, credo che dovrei prodigarmi a scrivere un po’ di più su questo povero blog, date le vergognose statistiche del duemilaotto che fanno rilevare una frequenza di post quasi pari allo zero assoluto.

In realtà, c’è uno specifico perché a tutto questo, dato che per molto tempo questo blog è stato saldamente legato allo svolgersi dei miei cupi umori, e non di rado uno strumento per lo sfogo di una depressione che a tratti si faceva sottile come la lama di un rasoio.

In verità, non dovrei nemmeno parlare di depressione, poiché da molto tempo ormai che non ho più nulla a che vedere con questa parola, più che altro, i miei potrei definirli “momenti cupi“, e nient’altro.

Bene, appurato questo, posso anche forzare me stesso ad essere più munifico di post per l’anno avvenire, così da dare a questo blog una parvenza che sia tale, piuttosto che servirmi vigliaccamente di lui solamente quando ne ho bisogno.

Diamine, non è dignitoso un comportamento così irresponsabile nei confronti di una piattaforma bloggistica! Sono sicuro che anche l’html ha dei sentimenti!

Artificiali, ovviamente!

* in realtà, dopo aver visto la prima puntata di Terminator: The Sarah Connor Chronicles ho sentito il bisogno (da bravo nerd quale sono) di cambiare il nome del mio adorato xps in skynet.

la montagna di cartone

Novembre 14, 2008 - 3 Responses

Credo che un uomo sia una piccola scatola di cartone colorata.
Nasciamo così, generati e distribuiti da un’enorme macchina di ferro, dotata di mille meccanismi abnormi e ridondanti che prende nulla, e dal nulla produce tanti piccoli pacchi, colorati dall’inaffidabilità stocastica del caos. Da una lingua di nastro scorrevole, compitamente, i pacchettini scorrono e cadono dentro la realtà, accatastandosi sugli altri milioni di pacchi prima di loro, e così vivono, prima che qualcuno li getti via.
Magari quel qualcuno che li getta via, sei proprio tu.
Ma ciò vorrebbe dire pensare a te stesso in una prospettiva non paccospettica, ed in effetti la cosa può anche starci bene.
L’uomo può considerare gli altri dei piccoli pacchi che giacciono a montagnetta nell’universo egocentrato della propria esistenza.
Questo modello tiene conto di due aspetti fondamentali della consistenza umana: l’egoismo immanente posseduto da ogni essere in misure minori o maggiori, a seconda del soggetto, e dell’impenetrabilità degli altri universi che compongono l’esistenza.
Dal nostro personalissimo punto prospettico ogni uomo è un pacco.
Ne vediamo il colore e gli spigoli, vediamo pregi e difetti, ma di com’è fatto, nessuno ne saprà mai nulla; ammesso che qualcuno non abbia il potere di individuare un punto di visione migliore.
Certo, l’uomo è un essere intelligente e, pur non vedendo nulla dal suo misero sperone che da sul vuoto intergalattico di stelle e pacchi, potrebbe idealizzare od ipotizzare un possibile punto di vista funzionante.
Ma la cosa starebbe come la fisica sta alla realtà.
Il modello può funzionare nel dettaglio, ma non è la legge scritta dall’incoerenza improbabilistica della natura generatrice, e dunque soggetto ad improvvisi errori.
Credo, allora, che non farò nulla di che, in questo mio universo, con la mia piccola montagnetta di pacchi. Non vivrò rimirando il nastro trasportatore alla ricerca di un colore diverso dai soliti verde, celeste o violetto, né mi lancerò nella pila cercando di fare una selezione precisa ed esatta, poiché trattandosi di pacchi, detto in modo pragmatico, non sapresti mai catalogarli in un modo corretto.
Mettere un pacco che contiene una grande bomba nella sezione “pacchi contenenti cristalleria ad alta sensibilità di frantumazione” non sarebbe un affare sul quale puntare il proprio conto in banca.
Potrebbe anche trattarsi di una questione puramente economica, dopotutto, no?
E così starò io, fermo immobile a rimirare: questo, quell’altro, il monolite scuro e la montagna di pacchi.

Finché un altro pacco non mi cadrà in testa.
Ma a quel punto dovrà fare tutto lui.

reality?

Novembre 3, 2008 - Leave a Response

Così An se ne stava seduto a gambe incrociate ad osservare quel monolite scuro ed appuntito che gli gravitava dinnanzi.
Era un blocco tetro, ma lustro e altamente speculare, dalla base quadrata che correndo in alto per molti metri si rastremava in una punta piramidale.
Aguzza.
Poco sotto la sommità si aprivano due sezioni perfettamente orizzontali che dividevano il blocco in tre parti; la parte inferiore, il busto più grosso, che era separato dalla lastra di forma quatratoide che giaceva immobile sospesa al di sopra, sormontata solo dall’affilata cima che, esulata dalla restante parte del corpo, avrebbe potuto sembrare una rappresentazione in miniatura di una piramide.
An la osservava, esaminandone attentamente la struttura e cercando una possibile spiegazione per una costruzione così enigmatica, che sorgeva in un nulla privo di luce, in una notte eterna.
In verità, amici miei, c’è da dire che, nonostante tutto, era davvero una notevole costruzione.
Nel buio che l’aveva generata, essa risplendeva con un enigmatico lucore, quasi che i contorni fossero sottolineati da un niveo bagliore, una sorta di dicotomia tra male e male maggiore.
Ingannevole, essa pesava sull’animo di An con tutte le sue sette tonnellate di massa senza colore, come se, trascendendo lo spazio avesse la capacità di strabordare nell’astratta concretezza dei suoi pensieri, nell’effimera ma complessa architettura della sua anima.
Era così scura ed affascinante, ma soprattutto titanica.
Proprio così l’avrebbe definita; una mole di una proporzione talmente cosmica, una presenza di così enorme entità, un peso così insostenibile, irresistibile, incontenibile da far scricchiolare i cardini della realtà stessa, minacciando di sfondare il pavimento (od il tetto) della trasparente realtà, per cadere nell’oblio dell’aldilà dimensionale: forse proprio sulla sommità del Reame Incantato della Mente di An.
Credetemi, è un discorso complesso questo, e lo dico con la massima modestia poiché ho ragione di credere che nessuno di voi, e credetemi, davvero nessuno, abbia mai visto una mole così immensa gravare proprio su stessi, con la sua forma tesa verso l’infinito e la sua sibillina luminescenza d’oscurità generata.
E che tribolazione osservarla, soprattutto se lo sguardo sfida, con profondo ardire, l’ascesa alla sommità inarrivabile, lassù dove la punta pare forare il cielo di tutte le oscurità, e creare un piccolo cratere che brilla di luce come una stella polare nelle prime avvisaglie di una mattina iperboreale.
Che dire? “wow, da lasciare senza fiato!“.
Ed An, ordunque, la osservava rapito.
Si chiedeva, rimirandola e ruminando, se tale non fosse la realtà oppure, per dire la verità, egli guardava il blocco convinto di osservare proprio il mondo che lo circondava.
Poiché, a volte, la realtà altro non è che questo, o forse mi sbaglio?

Non credete che, molte volte, le forme, i colori, le luci, le ombre, le persone, le cose, i cieli, le nubi, i mari ed i venti e tutto ciò che dal Creato potete esulare e catalogare come un’opera di ineffabile bellezza, molte volte, per l’appunto, tutte queste opere così perfette non fanno altro che mischiarsi in un rozzo coacervo, e rielaborare la loro forma tanto da perderla e assumerne una bizzarra e senza senso e perdere addirittura il colore?
Amici miei, non vi è mai capitato di guardare alla realtà come ad un enigma?
An se ne stava, allora, seduto ad osservare la propria realtà, o monolito che vi possa garbare, chiedendosi il perché di quell’inestricabile rompicapo.
Chiedendosi: “perché accade questo? perché va così? in tutte queste immagini, in questi colori, in queste forme, io ci vedo qualcosa di tremendamente errato, subodoro un complotto portato avanti dalla caotica regia della vita, ma non riesco a coglierne l’inizio”.
Ed aggiungendo, quindi: “perché in tutto questo temo ci sia qualcosa di incredibilmente sbagliato?”

Passarono così, giorni e giorni, ed An, chino sulle proprie gambe intrecciate, ancora rimirava la strana piramide librarsi nell’aria.
Sempre ammesso che di aria potesse essere riempita una tale oscurità.

(based on the lyric of Jotun, In Flames)

tahiti

Ottobre 28, 2008 - Leave a Response

“Ma il mare non solo è tanto nemico all’uomo che gli è estraneo, esso è un demonio anche per le sue stesse creature; peggiore di quel persiano che assassinò i suoi ospiti, poiché non risparmia la prole che ha generato. Come una tigre selvaggia che trapestando per la giungla soffoca i suoi stessi piccoli, così il mare sbatte contro gli scogli anche le più possenti balene, e lì le lascia fianco a fianco con i relitti infranti delle navi. 
Nessuna misericordia, nessun potere tranne il suo lo governano.
Ansimando e sbuffando come un cavallo da guerra impazzito che ha perduto il cavaliere, l’oceano senza padrone straripa per tutto il globo.
Considerate l’astuzia del mare; come le sue creature più temute sgusciano sott’acqua, quasi completamente invisibili, perfidamente celate sotto le più amabili tinte d’azzurro. Considerate anche lo splendore e la bellezza diabolici di molte delle sue tribù più spietate, come la forma aggraziata e adorna di molte specie di pescicani.
Considerate, ancora, il cannibalismo universale del mare, dove creatura si depreda l’un l’altra, continuando fin dall’inizio del mondo a portarsi eterna guerra.
Considerate tutto questo; e poi volgetevi a questa terra verde, soave e tanto mansueta; considerateli tutti e due, il mare e la terra; non scoprite forse una strana anologia con qualcosa che vi sta dentro?
Perché come questo oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo sta una insulare Tahiti, piena di pace e gioia, ma chiusa tutt’intorno dagli orrori di una vita malnota.
Che Dio ti protegga! Non spingerti al largo da quell’isola, ché non potrai più far ritorno!” 

 

Herman Melville – Moby Dick

maledetta hollywood

Ottobre 9, 2008 - Leave a Response

Che le case produttrici di film hollywoodiane fossero delle grosse macchine raccatta-denaro, lo sapevamo tutti.
Che il 95%* dei film prodotti fossero accurate strategie di marketing piuttosto che opere artistiche dall’evidente valore, non era un segreto.
Che ultimamente la mancanza di idee avesse spinto tutte le major a trasporre ogni libro esistente in un film (non mi stupirei nel vedere un riadattamento cinematografico de “Impara il Visual Basic in 15 giorni!“), era chiaro ed abbastanza palese.
Ma alle opulente case statunitensi questo non bastava.
Rovinare un gran mole di libri non era abbastanza appagante: potevano fare di meglio.
Ci si poteva impegnare nel rovinare qualche bel videogioco di successo, proprio quando quest’ultimi avevano raggiunto un importante traguardo, ovvero la loro affermazione come opere dal valore neo-artistico.
Così diederò vita ad una serie di film dal dubbio gusto etico, tra i quali non posso far a meno di citare l’imperdibile trilogia di Resident Evil, oppure i due film di Tomb Raider, e che dire di Silent Hill? Massì, roviniamo anche quello!
Certo, avrebbero potuto affidare il compito di redigere lo script a qualche sceneggiatore con esperienza, potevano incaricare registi affermati per la direzione, potevano fare tante cose buone e giuste.
Potevano, ma non l’hanno fatto.
E, una volta razziato brutalmente il settore videoludico, sono passati ad un altro campo critico: i fumetti.
Ogni eroe Marvel o DC godeva di una proprio controparte cinematografica.
E proprio mentre tutto questo accadeva, i poveri idioti come me, che ancora credevano che nell’animo dell’uomo non albergassero solo concupiscenze di denaro, sesso e ro… -ehm, no, magari-, dance commerciale, vivevano nell’illusione ripetendosi: “ok, stanno un po’ esagerando, ma si fermano qui, vero…? non arriveranno a rovinare anche le cose che mi stanno a cuore, per dirne una a caso, dragon ball…”.
Non l’avessi mai pensato.
Qualcuno alla twenty century fox, forse credendosi più intelligente di gran parte della propria concorrenza, ha deciso impunentemente di smerdare senza ritegno una delle opere più amate dal pubblico di tutto il mondo!
Trasformando il giulivo cartone di toryama in un polpettone di combattimenti di kung-fu visti e rivisti, macchine alla fast and furios, vampiri di buffy e scene di sesso violento (nel teaser si nota chiaramente goku slinguazzare voracemente con la sua ragazza…).
Che dire? Inorridito.
Se poi aggiungiamo che a breve vedremo trasposizioni del calibro di: Halo, Metal Gear Solid, Prince of Persia, Bioshock, Warcraft e – che dio ce ne liberi – i Cavalieri dello Zodiaco

…beh, c’è ben poco da stare allegri!

-
*: con una percentuale di errore del 5%.

one day remains

Settembre 28, 2008 - Leave a Response

Ed è giunta, dunque, l’ora della resa dei conti.
Sì, beh, sino ad adesso ho fatto sul serio, non ho risparmiato colpi ed ho affondato corazzate del calibro di computabilità, programmazione funzionale, analisi numerica; ma ciò non basta.
Tutto questo è nulla, se paragonato all’impresa che mi attende domani, la prova ultima, l’apocalisse del buon studente iscritto alla specialistica di informatica: complessità.
Ma preferisco non pensarci troppo, e dunque sto qua, seduto nella sala pranzo ad osservare due miei coinquilni osservare a tratti il derby calcistico delle squadre milanesi ed uno show di oscuri figuri brasiliani che suonano e ballano giulive – e quantomai caratteristiche – melodie da Carnevale di Rio.
E’ una cosa strana, lo ammetto, ma preferisco non fare domande.
Potrebbero rispondermi. :S
Un terzo ragazzo, alla mia destra, invece, chatta serratamente incollato al suo mac bianco, probabilmente ci starà provando con qualche ragazza.
Mi ritrovo ad osservarlo, e a sorridere sommessamente, cercando di non farmi notare.
La discussione dev’essere molto interessante, e lo vedo contrarre il volto in una serie di facce che non saprei nemmeno descrivere. Mi sembrano tutte molto buffe.
Allora, nella mia infinita saggezza, mi chiedo: che faccia anche io simili facce in circostanze del genere?

Meglio pensare a complessità.

cly

Settembre 12, 2008 - One Response

Io non lo so se è Settembre, oppure no.
Però mi viene da piangere.

I don’t know if either September is, or not,
but I feel like I want to cly.

Credo, ma non ne sono sicuro, di essermi accorto che mi manca qualcosa.
Un po’ come quando si parte per qualche viaggio lontano, ed una volta distanti da casa si esclama: “Damn! I lost something!”.
Oppure, è una sensazione più greve ed agghiacciante, come se ti accorgessi, da un giorno all’altro, che dall’atlante manchi un’intera nazione.
Tutta.un’intera.fottuta.nazione.
Allora, mi chiedo, com’è possibile? Come ho fatto ad ignorare questa mancanza per tutto questo tempo?
The answer is easy, I’ve simply ignored it for a long time, deceiving myself I can cope, living without it.
Ma è stato uno sbaglio sciocco, poiché tutto ciò che ti lasci dietro insoluto, prima o poi torna per reclamare una conclusione.
And therefore, I lied to myself, thinking I was more clever ever not only than me, but than the rest of the people I’ve used to live with.
Sono stato sciocco ma perché biasimarmi se, qualsiasi cosa io possa aver fatto, l’ho fatto solo per stare bene, o meglio, evitare di stare male.
Sono forse sbagliate tutte le azioni mosse da questo immanente ideale? La sopravvivenza?

And now? What’s your plan about it? How do you think to solve this question, and grant to yourself happiness you’ve always pursuited?
Nessuno.
Si continua a vivere.

Life goes on.

but the pain remains

Settembre 11, 2008 - Leave a Response

It is not easy to do the right thing.
You must defeat youself, defeat your demons, your flaws, overpower your sensations, the istincts, the skiming anger. Really, it isn’t easy.
And sometimes, it happens you’re can’t take it anymore, you’re about to explode: you take a look around and the wall begins to stain itself with blood, paviments get pulverised in myriad of fragments, windows explodes, the furnitures are wrapped by a blast of flame, like many roses that disclosed themselves.   You see dust squirting around, feeling like someone is riddling the walls, ash spreads around the air like a darken omen, and everything fall into pieces.
You don’t hear nothing at all, only a fastidious and unbearable silence, so thick, becoming almost shrill.
Shrill, shrill, shrill, shrill, shrill, so FUCKING shrill.
Suddenly, you explode.
Even before you’re able to take notice that tears are falling down, feeling like you’re hearing rain dropping without realize it does. Hearing only the crackling of raindrops and the tinkling of the flowing water, like a wood streaming. It carry you away, and you give up watching the world around does the same, falling, and falling, while you aren’t buried at all by the rubble.

It’s heavy the burden of the disappointments, too many in my life, I can’t stand anymore.
I feel like I can explode into a massive detonation, burning myself until the upper limit has reached, becoming a shapeless mass of fire, to destroy this ruinos reality.
But it’s just a second, a minute, less than an hour, the moment will pass away, cross the bounds and fade away in the etheral fog, rised up by the flow of the life, the whirpool that suck in everything, everyone.

At that point, the right choice become clear to you, everything come clarity, but the echo of pain remains, leaving you alone, and sad.
Yes, it’s really difficoult to do the right thing.

my dear season

Agosto 31, 2008 - Leave a Response

“Ciao ciao, Luis dai capelli che splendono, ci rivedremo ancora?”.
“Forse.”
“Forse! Sapevo che l’avresti detto.”, rispose, facendo oscillare nervosamente le braccia avanti ed indietro mentre, con il capo chino verso terra, cercava di nascondere le incipienti lacrime.
Sono convinto che ogni addio, per essere tale, richieda delle lacrime, è una sorta di tassa esatta dalla separazione, non puoi fare a meno di versarle se desideri ricevere un “vero” addio.
In caso contrario puoi accontentarti di un surrogato, c’è sempre scelta.
Ma Luis, in fondo, sapeva che in quel significante ci fosse più speranza di quanto il suo piccolo amico non avesse, anche volutamente, carpito.
Allungò la mano destra sotto la cortina dei suoi capelli lunghi e lenì le sue pene, raccogliendo una lacrima tutta per se: “Questa la porto via con me”, disse, e il sole del tramonto dipinse un sorriso irriverente sul suo volto.
Il ragazzo sorrise di rimando, nonostante il suo viso fosse indebolito dalle lacrime.
“Andiamo, è solo un’estate che muore, Angelo. Solo un’estate che muore.”

E così, sono arrivato all’ultimo giorno di Agosto, l’ultimo della mia estate affettiva.
Sono contento che sia stata una bella stagione, come non ne trascorrevo da anni.
Sono contento di essere contento, e di aver ritrovato finalmente la mia integrità, il mio equilibrio.
Alla fine, è andato tutto bene, sono riuscito a dare un soffio di vita a questo cuore che minacciava di divenire pietra; davvero.
Lo ammetto, c’è ancora molto spazio per il miglioramento (davvero molto), però, è comunque un inizio.
E, se riuscirò, effettivamente, a creare un regno su questo mattone, solo il tempo potrà dirlo, ed io potrò osservarlo tra una o due delle mie ere personali, riguardando a come sono adesso.

Contento.