ottobre 16, 2010 - Leave a Response

“I pensieri vanno e vengono a loro piacere, nella nostra testa. Non lo si fa apposta, a credere ciò che si crede.”

 

— Simone de Beauvoir, Memorie d’una ragazza perbene

 

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e finiva l’estate (e tutto il mondo)

settembre 12, 2010 - Leave a Response

Lo vidi spuntare da una viuzza male illuminata dall’altra parte della strada, mentre, assisa su un muretto di calce intonacata tornivo le incerte forme di un gelato crema e pistacchio, sulla cima del quale un picco di panna traballante minacciava di sfarsi. Aveva un aspetto languido e insonnolentito, le scarpe di tela blu scalcagnate, una maglietta di cotone bianca screziata da aloni spenti e teneva sotto il braccio due volumi scarni e sbiaditi. Attraversava la strada nel momento in cui gli rivolsi la mia attenzione.
L’estate stava finendo e sopra le cimase dei palazzi si levava la fascia fumigante del roseo imbrunire, attraversata da qualche passero solitario, dato che i gabbiani avevano intrapreso il loro tragitto verso il Sud già da un pezzo. La piazzola dove sostavo era rischiarata da un lampioncino giallastro che ronzava affannato, e i tratti di quel caratteristico uomo mi parvero ancora più incerti man mano che si spingeva nella mia direzione.
Un auto strillò un acuto colpo di clacson, e lo vidi girarsi infastidito nella direzione dell’automobilista che declamava improperi roteando un cazzotto giù dal finestrino ma, nonostante questo, dubito che l’uomo avesse compreso di trovarsi in strada.
Il suo passo era caracollante, e si muoveva come se avesse perso la cognizione dello spazio dentro al quale si trovava.
Quando fu giunto a qualche passo da me, potei accorgermi che i suoi occhi erano spiritati, i capelli scarmigliati e la schiena oberata da un male invisibile che lo costringeva a chinare il capo ben oltre le punte dei suoi piedi. Di tanto in tanto gettava qualche fugace sguardo da un lato o dall’altro, stringendo a se i suoi tomi dalle sovraccopertine verdastre per l’umidità, come se avesse paura che, da quello spazio aperto e privo di nascondigli dove ci trovavamo — separati da qualche metro — qualcuno potesse sbucare da un momento all’altro per derubarlo, sottraendogli quelli strani libri che portava con se, dato che difficilmente custodiva altro nei suoi vestiti logori e penzolanti.
La torretta di panna, che già prima aveva minacciato la disfatta, franò giù dalla sua sommità, tirando con se i colli verdi e bianchi del gelato, rovinando in parte a terra e macchiando i miei bermuda di cotone a righe grigie e gialle. Non feci molto conto alla macchia, anche se non nego che in altre occasioni sarei andata in iscandescenza, poiché non c’era nulla che mi imbarazzava di più che andare in giro con gli indumenti sporchi, ma quella volta preferii prestare la mia attenzione alla massa di gelato che giaceva a terra. Aveva perso la forma nell’impatto ed era scossa da piccole frane che la appianavano, facendola sembrare un enorme elefante ferito e in putrescenza. D’un tratto, e questo lo potei confermare alzando gli occhi, tutto il mondo mi parve brutto e pieno di putritudine, piegato sotto un carico invisibile e mesto, in una straordinaria analogia con l’uomo dalla scarpe scalcagnate e i libri rovinosi che mi passava accanto. Mi gettò anche un’occhiata di traverso, allargando un sorriso sornione sul volso irsuto, che non conosceva il taglio di un rasoio da chissà quanto tempo.
Egli sembrava aver capito tutto, non solo i miei pensieri. Sembrava dire: “hai visto? È come dico io, come dico io, giovane ragazzina”, con un tono bonario e assorto.
Poi mi superò, infilandosi nel portico di un grosso palazzo che sorgeva alle mie spalle. Qualcosa tremò nella tasca dei miei calzoncini estivi, e pensai che fosse Gabriele, un ragazzo della mia età con il quale avevo intrecciato un legame affettuoso, che mi inviava un messaggio, forse per comunicarmi il suo ritardo, visto che lo stavo aspettando già da un pezzo senza averlo ancora scorto. Fosse stato un altro giorno, avrei cavato il cellulare dalla mia tasca per controllare subitaneamente il contenuto del messaggio, facendo balzare questa banale azione alla cima delle esigenze correnti, senza pensarci due volte. Quella volta, invece, trascurai l’avviso, e m’incamminai seguendo quell’uomo così strano, dal portamento attempato ma col volto giovane.
Con pochi passi lo raggiunsi. In cuor mio covavo una domanda che desideravo porgli, anche se non sapevo come.
Il mio istinto provvide a risolvere il problema, sicché senza pensare alle azioni che stavo compiendo, mi ritrovai a tirargli un lembo della maglietta per richiamare la sua attenzione. L’uomo arrestò il suo passo e si volse con l’aria stralunata e stanca di chi si è appena svegliato dopo un sonno di diciassette ore.
Non sapendo cosa dire, indicai i libri, e penso che lui comprese immediatamente la natura del dubbio che mi attanagliava, perché mi rispose: “Sono libri che porto sempre con me per ricordarmi come funziona il mondo e chi è l’uomo e perché abita su questa terra”.
Poi, dopo aver fatto una pausa, aggiunse: “E perché fa quello che fa”.
Lo guardai stranita, ma in un attimo mi fu chiaro che quell’uomo che non aveva poi troppi anni in più dei miei ed era ancora molto giovane,  conteneva dentro di se una straordinaria conoscenza, e ciò lo faceva soffrire.
Aggiunse: “Posso raccontarti se vuoi, dell’uomo e dei suoi figli, dei cani, dei gatti, delle pantere dell’Africa o le tigri dell’Asia, degli anacoreti sulle cime del Tibet, dei Pigmei delle foreste dell’Amazzonia, dei creoli del Cile e gli aborigeni del Venezuela, delle camelie rosse del Giappone o  delle Begonie gialle del Brasile, dei mulini che spiccano nei cieli, pur stando ancorati a terra, che ruotano le loro pale in Olanda o dei fiordi della Norvegia. Di storie di partigiani e socialisti uccisi, di rivoluzionari in Francia o moscoviti invasi dalle fiamme, di pirati a largo delle Galapagos o baleniere che doppiano Capo di Buona Speranza. Dimmelo tu cosa vuoi che ti racconti, ragazza.”
Fu allora che capì che quell’uomo avrebbe potuto continuare per ore e che, soprattutto, io non avevo voglia di sapere quello che aveva da raccontarmi, perché non volevo soffrire, perché il mio cervello si contrasse per chiudersi ermeticamente e gli occhi vollero lacrimare per celarmi gli aspetti di quella realtà che adesso capivo. Così fuggii, lasciandomi l’uomo dalla gobba e gli occhi compunti dietro di me, correndo per molti minuti finché non fui lontana da quel luogo da cui mi trovavo. Il cellulare vibrò di nuovo.
Gabriele mi annunciava, con evidente solecismo, il suo imminente arrivo, così ripresi i miei passi e mi accorsi del contatto umido dei pantaloni sulle cosce e vidi la macchia di gelato. Mi chiesi: “E questa come me la sono fatta?”.
Dimentica di tutto, corsi in gelateria a farmi fare un altro gelato crema e pistacchio, evitando accuratamente la panna, e tornai nella mia posizione sul muretto intonacato. Non ricordavo proprio nulla di quello che era accaduto poco tempo prima e, vedendo Gabriele, alto e forte, con i capelli impomatati e una giacca di pelle lucida che baluginava come un catarifrangente, il mio turbamento si alleviò e pensai: “Oh, eccolo qui, è lui! L’unico amore della mia vita!”, e non riuscì a pensare a nulla che a quello.
Avevo sedici anni e l’estate stava finendo.

il maestro e margherita

agosto 6, 2010 - Leave a Response

– Mi scusi tanto, quali tessere? – chiese sopreso  Korov`ev.
– Sono scrittori? – chiese a sua volta la donna.
– Indubbiamente, – rispose Korov`ev con dignità.
– Le loro tessere? – ripeté la donna.
– Bellezza mia… – cominciò tenero Korov`ev.
– Non sono una bellezza, – lo interruppe la donna.
– Oh, che peccato, – disse deluso Korov`ev, e continuò: – Va bene, se lei non desidera essere una bellezza, il che sarebbe stato molto piacevole, può fare a meno di esserla. Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Ma prenda cinque pagine qualsiasi di qualsiasi suo romanzo, e senza alcuna tessera si convincerà di avere a che fare con uno scrittore. Del resto, immagino che di tessere, non ne avesse neppure una! Che ne pensi? – chiese a Behemoth.
– Scommetto che non ne aveva, – rispose quello, posando il fornello sul tavolo vicino al registro e asciugandosi con una mano il sudore dalla fronte sporca di fuliggine.
– Lei non è Dostoevskij, – disse la donna a cui Korov`ev faceva perdere il filo.
– Be’, chi lo sa, chi lo sa, – rispose lui.
– Dostoevskij è morto, – disse la donna, ma con poca convinzione.
– Protesto! – esclamò calorosamente Korov`ev. – Dostoevskij è immortale.

Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov

luglio 24, 2010 - Leave a Response

“Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono e regalate un osso al cane, affinché non abbai. Faccia silenzio l’orologio, tacciano i risonanti tamburi, che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti. Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo e scrivano l’odioso messaggio: lui è morto. Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri. Lui era il mio nord, era il mio sud, era l’oriente e l’occidente, i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa, era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole. Credevo che l’amore potesse durare per sempre. Beh, era un’illusione. Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno. Buttate via la luna, tirate giù il sole, svuotate gli oceani e abbattete gli alberi. Perché da questo momento niente servirà più a niente.”

Funeral Blues – Wystan Hugh Auden

ok.computer

luglio 23, 2010 - Leave a Response

Sì, ci dev’essere un mistero dietro tutto questo! Ancora non l’ho colto, ma prima o poi scoprirò cosa si cela dietro questa gabbia di matti (l’umanità, intendo). Douglas l’ha già spiegato: non era male la sua idea.

Ma questa sera, l’unica risposta valida me la daranno i radiohead.

Ok, computer?

god’s everywhere

luglio 22, 2010 - Leave a Response

Idealizzare.
Ogni uomo sulla terra sente il bisogno di possedere una versione personale di una divinità. C’è chi crede in uno o più dei, ed è a posto così. Altri, magari tipi come me, atei sino al midollo, a volte lo fanno senza accorgersene, e ciò avviene perché è un moto intrinseco della mente umana. Ammesso che un dio non c’è, si prende qualsiasi altra cosa e la si adora, – in maniera diversa, è ovvio – proprio come se fosse un dio, sebbene in forme del tutto personali. C’è chi adora un ideale, chi un uomo che è stato, un uomo che è, una persona che gli è stata accanto in un passato vicino o remoto. O magari tutto assieme.
Idealizzare è un gioco semplice. Prendi qualcosa, mettiamo una persona che conosci e, per un motivo o un altro (casualità, come vedremo), questa persona attraverso il laborioso processo dell’idealizzazione, diviene praticamente perfetta: dentro, fuori, d’un lato, dall’altro. Ogni suo difetto avrà una giustificazione, più o meno sensata (a cosa serve il comune senso logico se parliamo di fede?). Ogni suo lato positivo diventa ultrapositivo. Inizi a farti l’idea che una persona del genere può essere affiancata solo da divinità di simili fattezze. Esclami: “diamine, cosa posso io, povero mortale, dinnanzi a una persona così perfetta?”
Magari, inizi a buttarci dentro il destino, la fatalità, logiche e disegni arcani, e tutta una serie di diavolerie più o meno assortite. Le tue aspettative salgono e salgono, raggiungono le nuvole, le oltrepassano e la fede diventa una cosa comune, un assioma di tutti i giorni.
“Ciò è così, e basta. Pochi cazzi, niente da fare. Io sono un essere umano, ma esistono delle persone divine, le ho viste! Ti giuro”.

Poi ti accorgi che ‘ste persone divine, da cui ti aspettavi chissà quale prodezza che facesse esplodere i cieli e dividesse le acque, sono umilissimi esseri umani i cui sentimenti non vengono regolati dall’oggettività (che conduce all’escalation ultra-umana), ma da una serie di ormoni più o meno secreti in base a specifiche biologiche dettate da secoli di casualità, e ribatti con: “cazzo, m’ero sbagliato”.

“Sono caduto nella stessa trappola della religione, ma me ne sono convinto tipo da solo!”
A quel punto il tuo ego un pochino cresce, ti rendi conto che ‘sta storia delle divinità da secoli irretisce l’uomo in mille modi e ti convinci che, in fondo, è proprio vero: “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”.

to grow

luglio 20, 2010 - Leave a Response

“(…) L’amore di una madre è un’arcana panacea, l’unica cura che trascende ogni concretezza umana in grado di lenire le loro sofferenze. È la cosa più bella del mondo; e i bambini questo lo sanno, sebbene tendano a dimenticarlo quando diventano adulti. È per questo che, crescendo, la magia scompare.”

Still Unknow – Still Unknow

uno, nessuno, centomila

luglio 24, 2009 - Leave a Response

“E allora io, viva, non mi sono mai veduta?”

“Mai, come posso vederla io.
Ma io vedo un’immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua.
Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qualche fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un’ingrata sorpresa.
Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lì scomposta, in movimento.

Luigi Pirandello – Uno, nessuno e centomila.

Colors

aprile 29, 2009 - Una Risposta

Sono qua, seduto dinnanzi al mio bel portatile, con la nuova fiammante distribuzione di Ubuntu, a bere tè e rilassarmi.
Ho passato una buona serata, ho giocato prima a calcio, poi online con dei miei amici, mentre mangiavo una pizza che mi era stata gentilmente offerta dai miei coinquilini.
Sono rilassato, sono contento.
È la magia delle piccole cose, che a volte si ripetono pedissequamente, divenendo riti, e non routine.
La routine è vuota, monotona, mentre un rito è ricco di sapore, sa di mistico, sa di amore.
È di questo che l’uomo ha bisogno, di piccoli eventi che si ripetono, di piccole certezze inattaccabili proprio per la loro natura intrinseca, per la loro debolezza. Una miriade di eventi che uniscono, si duplicano, prendono vita sino a divenire un complesso immenso e tangibile.
Etereo, caldo, confortevole.
Riflettendoci dirai che in fondo sono solo piccoli e insignificanti accadimenti, Luis.
Piccoli accadimenti.

Il colore della vita.

by the way

febbraio 26, 2009 - 3 Risposte

Troppo spesso si pensa al fatto di essere lunatici come ad un brutto difetto, qualcosa di veramente esecrabile, da cui prendere le distanze. Eppure, c’è tutto un favoloso mondo dietro questa volubilità del proprio carattere, qualcosa che il normale essere umano non potrà mai comprendere.
L’uomo non lunatico, difatti, ha una visione monodimensionale del mondo – che pur a tre o più dimensioni – gli sta intorno. Una visione striminzita e monotona, che lo porterà ad osservarsi allo specchio e vedere lo stesso volto di sempre, di bere da una tazza il latte a colazione e constatare che abbia lo stesso sapore del giorno precedente, di vedere le stesse persone e provare sempre le stesse cose, di guardare il cielo e vederlo sempre e solo celeste, o grigio.
Dev’essere davvero deprimente.
L’uomo lunatico, invece, gode di alti privilegi preclusi all’occhio e alla mente dell’uomo monocromatico.
Si alza la mattina e, a seconda di un qualche turbamento interiore, molto spesso di natura stocastica, sceglie un universo nuovo dentro il quale vivere la propria giornata.
Guarda il proprio volto allo specchio e vede una persona differente, a volte bella, a volte brutta, a volte giovane, altre invecchiata prematuramente. È qualcosa di fantastico!
Intendiamoci, l’uomo lunatico non fa alcuno sforzo per ottenere questi strabilianti risultati, semplicemente vengono da loro, e vi assicuro che l’esperienza provata è di tutto gusto.
Assaggia il latte mattutino, giudicando che abbia il solito gusto e che gli vada di berlo, oppure lo trova imbevibile e pensa a come può essere stato così masochista da ammannirsi quel disgustoso liquido biancastro per tutto quel tempo.
E così via, anche per i rapporti sociali, un giorno vedi un tuo amico o la tua ragazza e godi inebriato della loro – a volte vuota – compagnia. Altre volte vorresti che, perdio, chiudessero un attimo il becco e ti lasciassero un po’ in pace.
Certo, si debbono considerare tutte le conseguenze del caso, poiché quando si tratta di rapporti sociali possono sorgere numerosi e fastidiosi contrattempi. Io ho imparato a fregarmene col tempo, e ho notato che ciò ben si abbina alla mia capacità straordinaria di vivere in questo universo multidimensionale senza troppi patemi.
Insomma, essere lunatico è una cosa buona, che ti gratifica, non un brutto difetto.

Chi afferma il contrario è solo invidioso.