endlessy

Mi sento stranamente diviso in questi giorni.
Un lato di me desidererebbe, con ogni sua forzicina, che questi giorni non passino mai, di continuare a fare questa vita, in questo tempo, a quest’età, con queste persone.
Vorrei congelare tutto in un’ampolla di cristallo e rifugiarmi in un gorgo temporale, sospeso a metà con i miei sensi e la mia dimensione in stasi.
Lo desidero ogni volta che vedo Alessandro girare l’angolo per tornare a casa, o Ciro salutarmi dallo spiraglio aperto tra la porta d’ingresso e lo stipite, quando vedo Vittoria sorridere o Giovanna uscire un po’ di se. [Giuliana la vedo sempre sclerare, quindi non fa testo!]
Mi piacerebbe rivedere la mia sorellina, col broncio, tutte le volte che voglio: sempre lì, a casa mia.
Ogni volta che colgo queste espressioni, questi attimi, immagino che tutto venga congelato da un’onda d’urto, proveniente chissà da dove, ed il silenzio scenda a custodire quella piccola opera d’arte del Creato, per sempre.
D’altro canto, ogni qualvolta rimango da solo con me stesso, come in questo istante: immerso nel buio del soggiorno, inarcando la schiena ad osservare l’eco delle stelle in terrazza, oppure proprio quando alzo gli occhi dal libro che sto leggendo, e mi accorgo che siamo solo in due in quella stanza; ed entrambi non esistiamo proprio un gran ché.
Sento d’aver bisogno quel cambiamento radicale che spazzi via le barricate del mio ego, penetri nel cemento delle mura di cinta, divelga i contrafforti, spezzi le torri e come una marea tumultuosa s’abbatta contro le pareti della mia mente, quieta e placida.
Lo penso ogni volta che vedo il mare battere sui frangiflutti e rimescolarsi nelle rientranze delle banchine del porto.
E’ una dicotomia che non ammette soluzioni nei numeri reali, la mia.
Eppure, caro Luis, son contento, perché non mi sentivo così bene da tempo e non mi concedevo riflessioni così importanti, considerandole al tempo stesso affascinanti poiché un po’ distaccate, da chissà quando.
Non ricordo qual è stato l’ultimo Natale in cui ho considerato Sant’Agata migliore di Catania, tanto da voler fermare tutto, cliccare su rewind e ripartire per l’ennesima volta.
Ah, son felice e al contempo sospiro.
Sognando quell’effimera beltà che solo nei miei sogni si manifesta apertamente e nella realtà si propone immaginaria, giocando e circuendomi, senza assumere la forma che desidero, che pretendo.
Ma cos’è mai questo, se non l’eterno dramma dell’uomo?
Il diuturno conflitto che mi accompagnerà sino all’ultimo dei miei giorni e che, probabilmente, non troverà alcuna risposta: né in sorriso, né in uno sguardo, né in un gesto o mille malìe. In niente di tutto questo.
E che pur, esistendo per ricordarmi la mia incompletezza, non mi impedirà mai di giungere alla pienezza dei miei sensi.

Un attimo per volta.

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