notte

E’ incredibile come certe melodie riescano a farmi piangere.
Potrà sembrarti una cosa banale ch’io riesca a piangere così tante volte e commuovermi come un bambino, bagnandomi le guance di strisce di lagrime innocenti che scivolano verso il collo, come se più di ogni altra cosa risentissero della forza di gravità.
Eppure non è banale, sai?
Immagina ch’io mi sia trattenuto ancora qualche secondo dinnanzi al quadrato luminoso del mio portatile, immerso nell’oscurità infinita del mio vecchio salotto e come sottofondo possa udire Les Jours Tristes svettare in un tripudio di campanelli e violini.
A tutto questo aggiungi una ridda di pensieri sull’incertezza del mio futuro e l’instabilità del mio presente.
Se hai potuto immaginare tutto questo, prova a contemplare l’effetto della sovrapposizione di questi effetti in una fredda notte di un sei gennaio malinconico, perduto figlio d’un anno sconosciuto.
Pensi ancora che qualche lacrima può essere cosa banale?
Se è così, sarà forse un bene, poiché non hai che da chiederti perché sotto il serico manto azzurrino dell’oceano della tua vita non riesci a scorgere alcunché, solo indistinte figure che guizzano veloci da un posto ad un altro. E nessuno sa perché.
Magari stai navigando con il vento in poppa e la prua verso Nord e non conoscerai bonaccia, né il boma della randa ti urterà violentemente a seguito di un soffio di vento troppo intenso e non dovrai far conto con tempeste e fortunali.
Io, dal mio cantuccio profondo e sconfinato, sotto quella superficie volubile e ammaliante che tu hai solo degnato di poche occhiate sgraziate, viaggerò e perirò, giungendo a dover compiere il periplo di una scogliera troppe volte, prima di considerare altre rotte.
Oh, Luis, t’invidio, è vero, poiché tu navigherai in acque chete, mentre io pur rollando nelle dolci correnti transoceaniche dovrò sempre sopportare la pressione di una colonna d’acqua che, come una condanna, m’inabisserà nel suo soave blu profondo, sino a quando mai più potrò tornare a galla.
Allora maledico la curiosità, maledico l’intelligenza, maledico la mia mente che fa correre la cavallina per i quattro mari, Luis, e per niente al mondo si fermerà finché potrà avida ingollare scritti, immagini, suoni, colori e nulla.
Ah, eppure è tutto quest’oceano freddo glaciale ad intirizzire il mio spirito rendendolo al tempo stesso docile, liberandolo d’un atavica follia incontrollata che ardendo mira a consumare il mio spirito, soprattutto nelle notti più aspre.
Anche per questo, Luis, mi son rifugiato nel fondo degli oceani e te ne racconto, perché è strano che queste righe mi siano apparse dinnanzi agli occhi, come una visione, e che io, appena dianzi, non avessi in mente nulla di preciso da scrivere.
Solo sensazioni, mio buon amico, che non potevo lasciare inghiottire dal sepolcro dell’ignavia; dritto nell’oblio.

E così, in modo un po’ solitario, ma incredibilmente poetico, ti auguro e m’auguro allo stesso tempo un buon riposo.
Che perlomeno possa dormire abbastanza per entrambi, giacché tu che sei senza tempo, possibilità più non hai.

E mi domando se tu ne abbia mai avuta.

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