entanglement

An se ne stava seduto sul bordo di quella sporgenza rocciosa, gettando di tanto in tanto lo sguardo giù in basso al guazzabuglio di persone che ribolliva come brodo in un grosso calderone focoso.
Poteva sentire il trapestio sordo di tutte quelle vite, ammirare le forme sinuose dei loro percorsi, contare la varietà dei colori che si mischiavano in quel coacervo sfocato di gente.
Fissava le sue mani, poiché aveva già avuto modo di vedere i suoi occhi riflessi in una pozzanghera, poco prima di raggiungere la sommità dell’altura, ma non riusciva a trarre alcuna considerazione.
Non aveva un aspetto malvagio, eppure si credeva cattivo, mentre osservava distratto e distaccato le onde brillanti di colori bianchi e neri che si rimescolavano inquiete dinnanzi i suoi occhi di bambino.
Credeva che, in cuor suo, non albergasse più un alito di bene, eppure non aveva il modo di dimostrarlo.
Improvvisamente, accanto a se, vide una figura fare capolino, incerta.
Era una creatura dinoccolata molto simile ad una giraffa, nonostante fosse bipede ed al posto della testa avesse un grosso occhio senza palpebre che osservava di sghimbescio il cielo uggioso.
An la osservò, ma non provò nulla nel vederla.
Piuttosto levò lo sguardo al cielo, per cercar di rendersi conto di cosa guardasse quella strana giraffa, eppure non vi trovo nulla. La cosa non lo turbò: scrollò le spalle e torno ad osservare la creatura.
Questa trasse un foglio di carta ed una matita rossa da un luogo imprecisato del suo corpo, e iniziò a scarabocchiare qualcosa. An la osservava impassibile.
Dopo alcuni secondi, la giraffa ultimò il proprio lavoro – sempre senza guardare il foglietto, ma rivolgendo il suo occhio al cielo, come fosse strabica – e lo passò al ragazzino, che lo accettò senza proteste.
Era un messaggio lungo, vergato con una calligrafia molto incerta (in effetti, An non si sarebbe stupito del contrario).
V’era una possibile spiegazione a tutto quello che An osservava, quindi la lesse, incuriosito.
La giraffa sosteneva che ogni persona che veniva al mondo era sola e senza meta.
Non faceva una piega, in fondo era vero.
Il messaggio continuava chiarendo che ogni uomo brancola nel buio della propria esistenza attratto da forze imprescindibili ed immanenti, finché non batte duramente contro un altra particella identica a lui. O forse diversa, boh.
An osservò stranito quest’ultima frase.
A quel punto si verifica una cosa che i fisici chiamano con il nome di entanglement: la particella diventa un sistema unico con quella contro la quale ha sbattuto così violentemente.
An si grattò la testa un po’ confuso poiché quella teoria era proprio strana, tuttavia, decise di continuare.
Da quel momento l’uomo, la particella, si potrà allontanare di una distanza arbitraria, non importa quanto grande: essa sarà per sempre legata a quella contro la quale ha sbattuto. Magari anche distrattamente.
Era una teoria interessante, poteva avere un fondo di verità, così An scrollò la testa ed appoggiò il mento sul palmo della mano, osservando il torrente di colori sotto di lui.
Poteva ipotizzare che per quanto lontano un uomo possa fuggire, certe cose sono sempre subdolamente presenti, in ogni azione, in ogni comportamento oppure in ogni fottuto respiro.
An lo ipotizzava con la massima sterilità, tanto che quel “fottuto” davvero non sapeva di niente, eppure sentiva di doverlo inserire.
A volte l’elastico si contrae e l’effetto di anti-località viene annullato, altre volte si spezza e le particelle vagano un po’ via, intente a descrivere traiettorie curve e vuote, ma in cuor loro, nel loro piccolo cuore di particella ci sarà sempre una versione semplificata ed idealizzata di quella contro cui hanno battuto la testa e che prenderà parte al processo decisionale per la descrizione di traiettorie circolari e vuote.
An lesse e rilesse quelle parole: erano belle parole, ma non gli dicevano proprio nulla.
Beninteso, condivideva quel pensiero, era una gran bella teoria, ma non provava nulla ed ancor più non capiva cosa potesse c’entrare quel fatto con la sua cattiveria.
Così, la giraffa reclamò il foglietto con dei gesti vacui e iniziò nuovamente a vergare alcuni confusi segni con la propria matita rossa, dopodiché, passò il messaggio ad An.
Il ragazzino lesse le nuove parole, anzi, la nuova parola, dato che in realtà sul foglietto faceva bella mostra un: “PARADOSSO!”, dal tratto deciso e vermiglio.
D’un tratto An capì, ma questo non lo smosse d’un millimetro.
Gettò la mano destra oltre la spalla e diede una vigorosa pacca sulla giraffa che, perdendo l’equilibrio, cadde rovinosamente dallo sperone.
An comprendeva che quella parola significasse che in realtà quella teoria non era affatto valida per lui, che si era così sviscerato da iniziare a non provare più nulla per nessuno di quei colori sotto di lui, come se il proprio cuore fosse ricoperto di cera (quella per le candele, rossa magari).
E la strana giraffa cadeva e dall’alto An potè notare che adesso quell’occhio guardava lui e la sua espressione era triste, e gli fece tenerezza.
Ma lui non provava proprio nulla, di quella tristezza non aveva proprio nulla da farsene, perciò capì che in effetti era davvero diventato cattivo, e non perché fosse cattivo, ma perché adesso tutto il mondo avrebbe potuto bruciargli dinnanzi, e lui non avrebbe mosso alcun dito.
E questa, in effetti, poteva essere una cosa fastidiosa: “proprio come quella giraffa sbilenca“.

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