Archive for the ‘bei_pensieri’ Category

to grow
luglio 20, 2010

“(…) L’amore di una madre è un’arcana panacea, l’unica cura che trascende ogni concretezza umana in grado di lenire le loro sofferenze. È la cosa più bella del mondo; e i bambini questo lo sanno, sebbene tendano a dimenticarlo quando diventano adulti. È per questo che, crescendo, la magia scompare.”

Still Unknow – Still Unknow

by the way
febbraio 26, 2009

Troppo spesso si pensa al fatto di essere lunatici come ad un brutto difetto, qualcosa di veramente esecrabile, da cui prendere le distanze. Eppure, c’è tutto un favoloso mondo dietro questa volubilità del proprio carattere, qualcosa che il normale essere umano non potrà mai comprendere.
L’uomo non lunatico, difatti, ha una visione monodimensionale del mondo – che pur a tre o più dimensioni – gli sta intorno. Una visione striminzita e monotona, che lo porterà ad osservarsi allo specchio e vedere lo stesso volto di sempre, di bere da una tazza il latte a colazione e constatare che abbia lo stesso sapore del giorno precedente, di vedere le stesse persone e provare sempre le stesse cose, di guardare il cielo e vederlo sempre e solo celeste, o grigio.
Dev’essere davvero deprimente.
L’uomo lunatico, invece, gode di alti privilegi preclusi all’occhio e alla mente dell’uomo monocromatico.
Si alza la mattina e, a seconda di un qualche turbamento interiore, molto spesso di natura stocastica, sceglie un universo nuovo dentro il quale vivere la propria giornata.
Guarda il proprio volto allo specchio e vede una persona differente, a volte bella, a volte brutta, a volte giovane, altre invecchiata prematuramente. È qualcosa di fantastico!
Intendiamoci, l’uomo lunatico non fa alcuno sforzo per ottenere questi strabilianti risultati, semplicemente vengono da loro, e vi assicuro che l’esperienza provata è di tutto gusto.
Assaggia il latte mattutino, giudicando che abbia il solito gusto e che gli vada di berlo, oppure lo trova imbevibile e pensa a come può essere stato così masochista da ammannirsi quel disgustoso liquido biancastro per tutto quel tempo.
E così via, anche per i rapporti sociali, un giorno vedi un tuo amico o la tua ragazza e godi inebriato della loro – a volte vuota – compagnia. Altre volte vorresti che, perdio, chiudessero un attimo il becco e ti lasciassero un po’ in pace.
Certo, si debbono considerare tutte le conseguenze del caso, poiché quando si tratta di rapporti sociali possono sorgere numerosi e fastidiosi contrattempi. Io ho imparato a fregarmene col tempo, e ho notato che ciò ben si abbina alla mia capacità straordinaria di vivere in questo universo multidimensionale senza troppi patemi.
Insomma, essere lunatico è una cosa buona, che ti gratifica, non un brutto difetto.

Chi afferma il contrario è solo invidioso.

endlessy
dicembre 29, 2008

Mi sento stranamente diviso in questi giorni.
Un lato di me desidererebbe, con ogni sua forzicina, che questi giorni non passino mai, di continuare a fare questa vita, in questo tempo, a quest’età, con queste persone.
Vorrei congelare tutto in un’ampolla di cristallo e rifugiarmi in un gorgo temporale, sospeso a metà con i miei sensi e la mia dimensione in stasi.
Lo desidero ogni volta che vedo Alessandro girare l’angolo per tornare a casa, o Ciro salutarmi dallo spiraglio aperto tra la porta d’ingresso e lo stipite, quando vedo Vittoria sorridere o Giovanna uscire un po’ di se. [Giuliana la vedo sempre sclerare, quindi non fa testo!]
Mi piacerebbe rivedere la mia sorellina, col broncio, tutte le volte che voglio: sempre lì, a casa mia.
Ogni volta che colgo queste espressioni, questi attimi, immagino che tutto venga congelato da un’onda d’urto, proveniente chissà da dove, ed il silenzio scenda a custodire quella piccola opera d’arte del Creato, per sempre.
D’altro canto, ogni qualvolta rimango da solo con me stesso, come in questo istante: immerso nel buio del soggiorno, inarcando la schiena ad osservare l’eco delle stelle in terrazza, oppure proprio quando alzo gli occhi dal libro che sto leggendo, e mi accorgo che siamo solo in due in quella stanza; ed entrambi non esistiamo proprio un gran ché.
Sento d’aver bisogno quel cambiamento radicale che spazzi via le barricate del mio ego, penetri nel cemento delle mura di cinta, divelga i contrafforti, spezzi le torri e come una marea tumultuosa s’abbatta contro le pareti della mia mente, quieta e placida.
Lo penso ogni volta che vedo il mare battere sui frangiflutti e rimescolarsi nelle rientranze delle banchine del porto.
E’ una dicotomia che non ammette soluzioni nei numeri reali, la mia.
Eppure, caro Luis, son contento, perché non mi sentivo così bene da tempo e non mi concedevo riflessioni così importanti, considerandole al tempo stesso affascinanti poiché un po’ distaccate, da chissà quando.
Non ricordo qual è stato l’ultimo Natale in cui ho considerato Sant’Agata migliore di Catania, tanto da voler fermare tutto, cliccare su rewind e ripartire per l’ennesima volta.
Ah, son felice e al contempo sospiro.
Sognando quell’effimera beltà che solo nei miei sogni si manifesta apertamente e nella realtà si propone immaginaria, giocando e circuendomi, senza assumere la forma che desidero, che pretendo.
Ma cos’è mai questo, se non l’eterno dramma dell’uomo?
Il diuturno conflitto che mi accompagnerà sino all’ultimo dei miei giorni e che, probabilmente, non troverà alcuna risposta: né in sorriso, né in uno sguardo, né in un gesto o mille malìe. In niente di tutto questo.
E che pur, esistendo per ricordarmi la mia incompletezza, non mi impedirà mai di giungere alla pienezza dei miei sensi.

Un attimo per volta.

tahiti
ottobre 28, 2008

“Ma il mare non solo è tanto nemico all’uomo che gli è estraneo, esso è un demonio anche per le sue stesse creature; peggiore di quel persiano che assassinò i suoi ospiti, poiché non risparmia la prole che ha generato. Come una tigre selvaggia che trapestando per la giungla soffoca i suoi stessi piccoli, così il mare sbatte contro gli scogli anche le più possenti balene, e lì le lascia fianco a fianco con i relitti infranti delle navi. 
Nessuna misericordia, nessun potere tranne il suo lo governano.
Ansimando e sbuffando come un cavallo da guerra impazzito che ha perduto il cavaliere, l’oceano senza padrone straripa per tutto il globo.
Considerate l’astuzia del mare; come le sue creature più temute sgusciano sott’acqua, quasi completamente invisibili, perfidamente celate sotto le più amabili tinte d’azzurro. Considerate anche lo splendore e la bellezza diabolici di molte delle sue tribù più spietate, come la forma aggraziata e adorna di molte specie di pescicani.
Considerate, ancora, il cannibalismo universale del mare, dove creatura si depreda l’un l’altra, continuando fin dall’inizio del mondo a portarsi eterna guerra.
Considerate tutto questo; e poi volgetevi a questa terra verde, soave e tanto mansueta; considerateli tutti e due, il mare e la terra; non scoprite forse una strana anologia con qualcosa che vi sta dentro?
Perché come questo oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo sta una insulare Tahiti, piena di pace e gioia, ma chiusa tutt’intorno dagli orrori di una vita malnota.
Che Dio ti protegga! Non spingerti al largo da quell’isola, ché non potrai più far ritorno!” 

 

Herman Melville – Moby Dick

my dear season
agosto 31, 2008

“Ciao ciao, Luis dai capelli che splendono, ci rivedremo ancora?”.
“Forse.”
“Forse! Sapevo che l’avresti detto.”, rispose, facendo oscillare nervosamente le braccia avanti ed indietro mentre, con il capo chino verso terra, cercava di nascondere le incipienti lacrime.
Sono convinto che ogni addio, per essere tale, richieda delle lacrime, è una sorta di tassa esatta dalla separazione, non puoi fare a meno di versarle se desideri ricevere un “vero” addio.
In caso contrario puoi accontentarti di un surrogato, c’è sempre scelta.
Ma Luis, in fondo, sapeva che in quel significante ci fosse più speranza di quanto il suo piccolo amico non avesse, anche volutamente, carpito.
Allungò la mano destra sotto la cortina dei suoi capelli lunghi e lenì le sue pene, raccogliendo una lacrima tutta per se: “Questa la porto via con me”, disse, e il sole del tramonto dipinse un sorriso irriverente sul suo volto.
Il ragazzo sorrise di rimando, nonostante il suo viso fosse indebolito dalle lacrime.
“Andiamo, è solo un’estate che muore, Angelo. Solo un’estate che muore.”

E così, sono arrivato all’ultimo giorno di Agosto, l’ultimo della mia estate affettiva.
Sono contento che sia stata una bella stagione, come non ne trascorrevo da anni.
Sono contento di essere contento, e di aver ritrovato finalmente la mia integrità, il mio equilibrio.
Alla fine, è andato tutto bene, sono riuscito a dare un soffio di vita a questo cuore che minacciava di divenire pietra; davvero.
Lo ammetto, c’è ancora molto spazio per il miglioramento (davvero molto), però, è comunque un inizio.
E, se riuscirò, effettivamente, a creare un regno su questo mattone, solo il tempo potrà dirlo, ed io potrò osservarlo tra una o due delle mie ere personali, riguardando a come sono adesso.

Contento.

maybe
giugno 13, 2008

“Come si chiama quella sensazione strana che ti fa stare in quel modo strano, tipo euforico?”
“Mh? Cosa intendi?”
“Sì, quella sensazione che ti fa sentire allegro, ti fa sorridere mentre sei solo, ti fa concepire diversamente il tempo, come se stessi aspettando qualcosa, che ti rende speranzoso ed anche molto più insicuro del solito…”
“Ah, credo di aver capito.”
“E’ così strana, ti senti leggero, e ti ritrovi ad elargire abbracci a tutti, a considerare il mondo un posto migliore, a guardare le stelle la sera e le nubi il giorno, e dire tra te e te: wow.”
“Mh, sì, ho capito qual è il tuo problema?”
“Ah! Lo giudichi un problema? Sentiamo qual è?”
“Sei innamorato!”

“In-in…ah.”

wow.

The day the fantasy dies
marzo 8, 2008

“Quattro giorni fa si è spento Gary Gygax, ovvero il geniale inventore di quel gioco che oggi tutti conosciamo come D&D. Un uomo che ha saputo influenzare un mondo intero e le vite di numerose persone, sfruttando la più pura e magica capacità umana: l’immaginazione.
Devo molto a lui, anche se indirettamente. Probabilmente se non vi fosse stato il D&D forse non sarei stato così bravo ad immaginare come lo sono adesso.
In suo eterno onore, ho deciso di scrivere questo breve racconto per ricordarlo, prendendo in prestito le identità dei miei tre giocatori preferiti. :)”

Il mio sguardo era fiso nell’oscurità al di là del cono di luce irradiato dalla lampada e qualche candela, e la mia stessa mente s’era fermata a contemplare quel vuoto che sembrava infinito.
Ed anche tanto affascinante.
“Angelo? Ci sei?”, chiese una voce accanto a me.
“Sì, scusa, mi ero distratto, dove eravamo?”.

Un’enorme esplosione crebbe dinanzi agli occhi trasaliti del giovane Alexander, mentre un pilastro di fumo s’annodava nell’aria grigia del primo imbrunire.
Nella miriade di frammenti fumanti e guizzanti dardi di fuoco, la testa del drago dorato si levò, avvolto da archi di polvere e rivoli di terriccio cadenti dalle cavità della propria pelle squamata.
“Come osi sfidarmi, sciocco umano!”, tuonò la creatura, mostrando con alterigia le proprie magnifiche ali.
Alexander strinse tra le mani lo spadone e sussurrò qualche parola in Celestiale, socchiudendo gli occhi e concentrandosi.
“Heironeous, dammi la forza, dammi la forza…”, ripeteva nella propria mente, dando la forma di una solenne richiesta a quel cantilenante susseguirsi di parole.
Dal cielo s’aprì un varco tra le nubi, ed una strale di divina fattura si scagliò fiera contro la punta dell’arma dell’eroe, impregnandola d’una luce santa e vigorosa.
“Con la fede io non ti temo!”, pronunciò il paladino, prima di scagliarsi contro il drago.
“Dovresti, invece!”, ribatté quest’ultimo, con una bieca e mordace ironia.
Alexander balzò lesto dinnanzi il robusto petto del drago, sfoderando una raffica di fendenti ed affondi, creando ferite e tagli di considerevoli dimensioni che, in tutta risposta, sputarono guizzi di sangue, ardente come il fuoco dei Sette Inferi di Bathor.
Il drago arretrò, in parte sorpreso dalla sortita offensiva dell’umano.
“Tutto qui, quello che sai fare?”, schernì, guatandolo con gli occhi iniettati di sangue.
Estese la sua imponente coda sopra il suo capo e la fece ricadere in una violenta sferzata tra alberi e sassi. Alexander abbassò la difesa per coprirsi dal coacervo di detriti scagliati dall’attacco del drago e, proprio il quell’istante, fu colpito da un’irruente incornata che lo scaraventò contro il tronco di una quercia.
“E’ tempo di morire, Cavaliere di Heironeous”, proclamò solennemente il drago di fuoco, inspirando una larga sacca di aria per generare nei propri magici polmoni un vortice di fiamme.
Alexander cercò di muoversi, ma fallì nel tentativo.
Per la prima volta nella sua vita, ebbe la sensazione che il gioco fosse finito.
Il drago lanciò il suo respiro ardente in direzione del guerriero ferito.
La vampa illuminò con il suo rubicondo ardore l’aere quieto dell’incipiente serata, mostrandosi avvenente ed esiziale, come una dama dagli ammalianti tratti ma dall’animo spettrale.
D’un tratto, Alexander si sentì afferrare per la spalliera.
Si voltò, per vedere illuminato dalle fiamme il volto di Tulkas, un mezz’orco barbaro.
Non fece nemmeno in tempo a realizzare cosa stesse accadendo, che il compagno lo tirò via dal pericolo, salvandolo dalla sempiterna voracità della fiamme.
“Tulkas, amico mio, ti ringrazio, credevo fossi morto!”, ammise stupito il paladino.
“Un barbaro non muore mai, Alexander!”, esclamò questi, incespicando un po’ sulle parole.
“E’ la verità, mio fiero ed immortale amico, ma adesso è tempo di porre fine alla malvagità del drago di fuoco!”, suggerì solennemente al suo compagno.
Quelle parole stimolarono l’animo di Tulkas, gettandolo nell’ira più profonda: la leggendaria ira barbarica.
Il furibondo barbaro sollevò la sua ascia impregnata dal potere del ghiaccio, mentre i suoi possenti muscoli si gonfiavano e la sua voglia di sangue diveniva di pari proporzioni alla concupiscenza serrata d’un signore Vampiro.
Il drago cessò il suo cono di fiamme, convinto della vittoria, quando vide il barbaro caricarlo con una violenza pari a quella d’una frana molesta.
Il barbaro colpì un braccio, fracassandoglielo al primo impatto e, dandosi la giusta spinta, compì un balzo che lo portò all’altezza del volto della creatura.
Afferrò le enormi corna ed iniziò a vessare il capo, provocandogli ingenti danni, in una tempesta sanguinolenta di distruzione.
Nel frattempo, Alexander posò lo spadone ed impose la sue mani sulla ferita, invocando il potere benevolo del suo dio per guarire i danni subiti.
Il drago, piegato sotto i colpi ferali del barbaro, raccolse le sue forze e generò un’ondata d’energia esplosiva, che lanciò il suo torturatore a parecchi metri di distanza, scavando un cratere di enormi proporzioni.
Anch’egli sembrava essere caduto nell’ira.
“Stolte creature, potevate morire con dignità, tuttavia, avete scelto la via del dolore!”, tuonò cupo il drago, mentre un manto di fiamme lo attorniava.
Per un’ultima ed esiziale volta, caricò il suo virulento respiro di fiamme, conferendogli il doppio, se non il triplo, della potenza prima mostrata.
Stava per scagliare il colpo sui due compagni, ormai spacciati, quando una tempesta di meteore eruppe dal cielo sereno, piombando contro il drago.
Dalla volta screziata dalla moltitudine di fiamme e dardi, apparve un elfo dalla capigliatura lucente come la luna.
“Aracne!”, gridarono i due compagni, oltremodo sollevati dalla sua apparizione.
Lo stregone si lanciò sul capo privo di sensi della creatura: “E’ tempo di strisciare, lucertolone!”, esclamò, con una sottile e cupa ironia.
“Presto Alexander, prendi la vita di questa creatura, lui non la merita più dal momento in cui ha deciso stolidamente di incrociare la mia strada.”, schernì ulteriormente Aracne.
“Non posso farlo, non è onorevole privare della vita un essere indifeso, per quanto malvagio esso possa essere!”, rispose Alexander con altezza d’animo.
“Sciocchezze da paladino! Tulkas, presto, decolla la lucertola, prima che si risvegli e ci faccia pentire di non aver fatto la cosa giusta!”, ribatté lo stregone con la solita ironia, lanciando un’occhiata carica di malizia al paladino.
“Sì, ci penso io!”, rispose Tulkas, con il suo rozzo accento barbarico.
Il barbaro sollevò la lama, pronto a rintuzzare il collo della creatura…

D’un tratto, il dado mi cadette dal tavolo, rotolando laggiù nell’oscurità.
Passai lo sguardo attorno a me.
C’era qualche manuale accatastato, i dadi sparsi per tutto il tavolo, le candele con le loro forme sgraziate o affascinanti, il tabellone eretto a dividere le scritture del master dalla curiosità dei giocatori.
Ma non v’era nessun’altro nella stanza.
In quell’attimo la fantasia tacque e l’oscurità cadde più forte nella stanza vuota.
Non so perché, ma avevo come la sensazione che quel dado, quello splendido dado, che da solo vale più di tutto un mondo, non l’avrei più ritrovato.
Mai più.

Addio Gary.

boom! bang! crash!
dicembre 30, 2007

An si svegliò boccheggiante, stringendosi la mano destra all’altezza del cuore e portando, al contempo, la sinistra a sorreggere il capo. Aveva come l’impressione di essersi risvegliato da un brutto sogno.
Qualcosa non definibile come un incubo, poiché non ne aveva la struttura, né la parvenza.
Aveva provato stentorei sentimenti quali disagio, di imbarazzo, tanto da sentirli galleggiare su per il corpo, sino al cervello, schizzando al di fuori, portandosi via parte di se ad ogni escursione, come a tentare una paradossale salvezza.
E poi, d’un tratto, quando piano piano la realtà un po’ di deformava che i suoni si confondevano sino a formare uno stridulo: “Run, run! Take yourself and run away!“.
Boom.
Sgattaiolò veloce a sinistra di quel mezzo su cui aveva fantasticato qualche giorno prima e puntò lo sguardo all’estrema destra, al vuoto.
Ed infine, d’un tratto, libero: per la seconda volta nell’arco di dodici mesi, questa volta con i bicchieri di cristallo stretti fra le mani, e nessun coccio per terra.
“Fiuu…”, disse alla stazione vuota, “…ma chi cacchio mi porta…”.

La storia è ciclica, un un enorme cerchio senza inizio, né fine.
Così, come finì il vecchio duemilasei inizia il duemilaotto.
Impossibile giudicare quest’anno, poiché non è possibile imputare le cause di fauste vicessitudini alla casualità (che, per definizione è casuale, e non deterministica) od a quell’entità temporale a cui affidiamo anche un’ambivalente significato di natura forse divina.
(Errore entro il quale potrei semplicemente cadere anche io).
Il termine del dodicesimo mese e la conclusione del ventiduesimo anno di età, però, può e deve essere l’incentivo per rianalizzare la strategia di vita adottata ed i successi (meglio, insuccessi) ottenuti.
Ed è per questo motivo che il duemilasette non è stato un anno di “merda” (avrei voluto dire “brutto”, ma non mi veniva!).
E’ stato, piuttosto, un anno in cui ho cercato di dimostrare qualcosa a tante persone, a volte utilizzando metodi non ortodossi.
Un anno in cui ho avuto fretta, disinserendo dal pilota automatico il modulo relativo alla pazienza, lasciando che l’aereo perdesse quota.
(ma non cade più).
Ed è stato un anno che non mi ha lasciato quasi nulla, poiché nel mio egoismo, nel mio profondo, mordace, oscuro egoismo non ho decretato mai una colpa che fosse per me stesso.
Non mi sono fermato molto a riflettere se l’istinto affiancato alla ragione potesse portare ai risultati desiderati, creando frammenti di vita, e cristallizzandoli in ricordi da portare per il viaggio.
Che non si sa mai.
E’ andata così, tutta una grande discesa con qualche botta qua e là.
La volta ha compiuto il suo giro stagionale, gli ingranaggi fanno giusto quello scatto a destra che serve per portare la lancetta dei minuti di una tacca in avanti, ed infine, con una grossa esplosione alle spalle, il piccolo An si salva, in una scena degna dei migliori film hollywoodiani.

Però.
Non è di solo male e disperazione formata una disfatta.
Benché sia quasi totale.
Sono molti i ricordi che caratterizzano il tempo passato in quest’anno, ad iniziare da un semplice giorno come un altro, ovvero quello della mia laurea (sudata al punto giusto).
Una gemma di memoria seguita dalla gita a Palermo di qualche mese fa, l’estate passata stravaccato sulla spiaggia a non pensare proprio a nulla (che l’aria mi sembrava frizzante, è vero), le conversazioni divertenti con mia sorella (via msn e non), le corse su e giù per Catania per ottenere una firma, per ricevere/consegnare un documento, il cambiamento di etichetta da “alternativo” a “finto alternativo” (e tutte le dimostrazioni del caso), le giornate passate giocando a Zelda: Twilight Princess ed a sgomitare con la Wii, le nuove amicizie fatte giù in università e la felicità di sentirsi un pochino più indipendenti di quanto si pensava (di quanto già si era), i momenti passati con tutti gli amici al completo, che questo costasse un sacrificio fegato, polmoni o (beh, un po’) cervello!
An che sporge il labbro e dice:”ma io che ci posso fare…”, An che punta il dito ed esclama:”che raggia che mi fa! che raggia!”, An che contrae le ciglia e dice:”oh, ma che vuoi dalla mia vita?”, An che alza i pugni ed urla saltellando: “sono il migliore del mondo! sono il migliore del mondo!”, An che mostra un’espressione sgomenta e dice: “guarda, io vorrei solo sapere chi cazzo mi porta, chi?!”.
Oppure An che con una smorfia esclama: “Parole piuttosto pesanti, nanerottolo!” (ponendo l’enfasi sulla prima e terza parola).

Il cielo non avrà mai le sue stelle.

Ragion per cui, finisco il duemilasettesimo anno di vita del globo terracqueo nella più completa tranquillità, proprio come accadeva dodici mesi prima.
Si prega, e ripeto si prega, per i cortesi lettori del blog con cui sono solito uscire, di non cercare di attentare alla mia tranquillità, con cose, chessò, fogli di carta vergati con strane lettere, per dirne una.
Se ciò dovesse accadere, m’incazzerò.
Patti chiari, amicizia lunga!

Con questo, credo di aver detto praticamente tutto quello che potevo dire in mezz’ora di tempo e senza nemmeno rileggere.

Non spero che il duemilaotto sia un buon anno.
Farò in modo che il duemilaotto sia uno strafottutissimo buon anno.

How Am I?
agosto 6, 2007

Dire come mi vedono gli altri non saprei, in verità, poiché l’immagine di me è data da vicende, comportamenti e gesti inseriti in contesti non unicamente influenzati dalla mia persona, e quindi in un contesto non assol… aspè, ma perché un’introduzione così complessa?
Vabbè, in pratica, ecco una piccola galleria di immagini che spiegherà, perlomeno, il modo in cui mi vede la mia sorellina…

scazzato
Scazzato

arraggiante
Arraggiante

battery
Alla Batteria

angelozzo
Normale

the other side
The Other Side

metallaro
Metallaro

angelo-figo
Figo

emozioni (?)
febbraio 23, 2007

Uh, si direbbe che ce l’ho fatta, no?
C’ho un po’ di sonno, ma non troppo, e direi che sono stato scosso abbastanza questa sera.
Quello che accaduto è stato veramente strano, ma previsto.
La cosa che più mi delude è…che non riesco a rimanerci nemmeno male.
[comprensibile…o capibile, questa parola mi appartiene]
Sono riuscito a rimanere me stesso, razionalmente, in tutto il caos, nonostante le emozioni abbiano fatto di tutto per strapparmi via. Ci siete riuscite solo a metà!
[tiè, fregate!]
Nessuna sensazione che assomigli lontanamente a quella di due anni fa, nessun senso di perdita, niente che mi manchi. Mi sento più leggero, con un peso in meno.
Archiviato.
Il mio cuore è divenuto totalmente di pietra, allora?
No, questa volta il sistema di rilevazione aveva carpito tutto, e cercava di tirarsene fuori in ogni modo.
[stavi affogando in un mare che non ti appartiene, dovevi trovarla una soluzione]
La soluzione si è presentata da se, in fin dei conti. Fiu, un tantino più in là e sarebbe stata morte certa!
[te la sei cavata con una ferita di striscio, beibe]
Spero solo di non sembrare cattivo a nessuno, per ciò che ho fatto, ciò che ho detto. E’ stato irrazionale, ed illogico. Ed io sono stato il primo ad esserlo stato.
Spero che nessuno pensi male di me, anche se le persone parlano, e parlano, e parlano. Sarò solo un motivazione per dare fiato alla propria voce. [talking all loud]
Eppure non ripudio nulla di quello che mi è accaduto, in fondo, non ho nulla da rimproverarmi. Non cancellerò nemmeno il post delle ruote di vento, sarà un ricordo, di strane sensazioni.
[i’m sorry!]
In fondo non erano nulla di che, alessandro aveva ragione, ho superato il livello (sai a cosa mi riferisco, uhuhu).
Non c’è più vento, non c’è più pioggia.
Ci sono un sacco di nubi ma nessuna minaccia tempesta. Fluttuano, e vagano nella volta, e la corda me la sono lasciata alle spalle; è tempo di guardare al mondo.
Ebbene, quando l’anno è iniziato stavo lievemente andando fuori dalla strada (ricordi? con la mia jeep volevo andarmene sullo sterrato). Poi una macchina mi ha cozzato contro, mi ha detto: “ma dove cazzo stai andando?“.
La cosa mi ha fatto rabbia: “ei, come si permette?“. Poi è scomparsa, e mi ha lasciato sulla retta via. Beh, nonostante tutto, grazie!
That’s all folks!
L’equilibrio era stato turbato profondamente, adesso è tornato stabile, il vecchio angelo di sempre, e meno male. Avevo scaricato anche una fottutissima canzone dei take that. Oh.mio.dio. V’immaginereste?
Concludo, lasciandovi come ho lasciato alessandro stasera.

sai, mi ricorda abbastanza il mare questa cosa.
Quando sei sulla spiaggia, l’acqua arriva e ti pervade di un tiepido piacere. Gradevole, dopo tutto.
Poi sfrigola un po’ e diviene schiuma. Frizza, come le bollicine della coca cola.
Si ritrae, dunque, e ti lascia con i piedi immersi nella sabbia bagnata.
Tiri fuori il piede, scosti via la sabbia attaccata, e guardi il mare, il tuo mare.
Prima o poi ti tufferai, ed inzierai a nuotare.
L’acqua ti terrà a galla, e solo grazie ad essa non affogherai.
Di tanto in tanto, tratterrai il respiro, e nuoterai dentro di essa; una bella nuotata.
Tornato a galla, prenderai una bella boccata d’aria, e ti sentirai bene.
Davvero bene.

ps: oh, non tentate di commentare. Tutti, e dico tutti i commenti, saranno moderati (elisa, parlo anche di te!).