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e finiva l’estate (e tutto il mondo)
settembre 12, 2010

Lo vidi spuntare da una viuzza male illuminata dall’altra parte della strada, mentre, assisa su un muretto di calce intonacata tornivo le incerte forme di un gelato crema e pistacchio, sulla cima del quale un picco di panna traballante minacciava di sfarsi. Aveva un aspetto languido e insonnolentito, le scarpe di tela blu scalcagnate, una maglietta di cotone bianca screziata da aloni spenti e teneva sotto il braccio due volumi scarni e sbiaditi. Attraversava la strada nel momento in cui gli rivolsi la mia attenzione.
L’estate stava finendo e sopra le cimase dei palazzi si levava la fascia fumigante del roseo imbrunire, attraversata da qualche passero solitario, dato che i gabbiani avevano intrapreso il loro tragitto verso il Sud già da un pezzo. La piazzola dove sostavo era rischiarata da un lampioncino giallastro che ronzava affannato, e i tratti di quel caratteristico uomo mi parvero ancora più incerti man mano che si spingeva nella mia direzione.
Un auto strillò un acuto colpo di clacson, e lo vidi girarsi infastidito nella direzione dell’automobilista che declamava improperi roteando un cazzotto giù dal finestrino ma, nonostante questo, dubito che l’uomo avesse compreso di trovarsi in strada.
Il suo passo era caracollante, e si muoveva come se avesse perso la cognizione dello spazio dentro al quale si trovava.
Quando fu giunto a qualche passo da me, potei accorgermi che i suoi occhi erano spiritati, i capelli scarmigliati e la schiena oberata da un male invisibile che lo costringeva a chinare il capo ben oltre le punte dei suoi piedi. Di tanto in tanto gettava qualche fugace sguardo da un lato o dall’altro, stringendo a se i suoi tomi dalle sovraccopertine verdastre per l’umidità, come se avesse paura che, da quello spazio aperto e privo di nascondigli dove ci trovavamo — separati da qualche metro — qualcuno potesse sbucare da un momento all’altro per derubarlo, sottraendogli quelli strani libri che portava con se, dato che difficilmente custodiva altro nei suoi vestiti logori e penzolanti.
La torretta di panna, che già prima aveva minacciato la disfatta, franò giù dalla sua sommità, tirando con se i colli verdi e bianchi del gelato, rovinando in parte a terra e macchiando i miei bermuda di cotone a righe grigie e gialle. Non feci molto conto alla macchia, anche se non nego che in altre occasioni sarei andata in iscandescenza, poiché non c’era nulla che mi imbarazzava di più che andare in giro con gli indumenti sporchi, ma quella volta preferii prestare la mia attenzione alla massa di gelato che giaceva a terra. Aveva perso la forma nell’impatto ed era scossa da piccole frane che la appianavano, facendola sembrare un enorme elefante ferito e in putrescenza. D’un tratto, e questo lo potei confermare alzando gli occhi, tutto il mondo mi parve brutto e pieno di putritudine, piegato sotto un carico invisibile e mesto, in una straordinaria analogia con l’uomo dalla scarpe scalcagnate e i libri rovinosi che mi passava accanto. Mi gettò anche un’occhiata di traverso, allargando un sorriso sornione sul volso irsuto, che non conosceva il taglio di un rasoio da chissà quanto tempo.
Egli sembrava aver capito tutto, non solo i miei pensieri. Sembrava dire: “hai visto? È come dico io, come dico io, giovane ragazzina”, con un tono bonario e assorto.
Poi mi superò, infilandosi nel portico di un grosso palazzo che sorgeva alle mie spalle. Qualcosa tremò nella tasca dei miei calzoncini estivi, e pensai che fosse Gabriele, un ragazzo della mia età con il quale avevo intrecciato un legame affettuoso, che mi inviava un messaggio, forse per comunicarmi il suo ritardo, visto che lo stavo aspettando già da un pezzo senza averlo ancora scorto. Fosse stato un altro giorno, avrei cavato il cellulare dalla mia tasca per controllare subitaneamente il contenuto del messaggio, facendo balzare questa banale azione alla cima delle esigenze correnti, senza pensarci due volte. Quella volta, invece, trascurai l’avviso, e m’incamminai seguendo quell’uomo così strano, dal portamento attempato ma col volto giovane.
Con pochi passi lo raggiunsi. In cuor mio covavo una domanda che desideravo porgli, anche se non sapevo come.
Il mio istinto provvide a risolvere il problema, sicché senza pensare alle azioni che stavo compiendo, mi ritrovai a tirargli un lembo della maglietta per richiamare la sua attenzione. L’uomo arrestò il suo passo e si volse con l’aria stralunata e stanca di chi si è appena svegliato dopo un sonno di diciassette ore.
Non sapendo cosa dire, indicai i libri, e penso che lui comprese immediatamente la natura del dubbio che mi attanagliava, perché mi rispose: “Sono libri che porto sempre con me per ricordarmi come funziona il mondo e chi è l’uomo e perché abita su questa terra”.
Poi, dopo aver fatto una pausa, aggiunse: “E perché fa quello che fa”.
Lo guardai stranita, ma in un attimo mi fu chiaro che quell’uomo che non aveva poi troppi anni in più dei miei ed era ancora molto giovane,  conteneva dentro di se una straordinaria conoscenza, e ciò lo faceva soffrire.
Aggiunse: “Posso raccontarti se vuoi, dell’uomo e dei suoi figli, dei cani, dei gatti, delle pantere dell’Africa o le tigri dell’Asia, degli anacoreti sulle cime del Tibet, dei Pigmei delle foreste dell’Amazzonia, dei creoli del Cile e gli aborigeni del Venezuela, delle camelie rosse del Giappone o  delle Begonie gialle del Brasile, dei mulini che spiccano nei cieli, pur stando ancorati a terra, che ruotano le loro pale in Olanda o dei fiordi della Norvegia. Di storie di partigiani e socialisti uccisi, di rivoluzionari in Francia o moscoviti invasi dalle fiamme, di pirati a largo delle Galapagos o baleniere che doppiano Capo di Buona Speranza. Dimmelo tu cosa vuoi che ti racconti, ragazza.”
Fu allora che capì che quell’uomo avrebbe potuto continuare per ore e che, soprattutto, io non avevo voglia di sapere quello che aveva da raccontarmi, perché non volevo soffrire, perché il mio cervello si contrasse per chiudersi ermeticamente e gli occhi vollero lacrimare per celarmi gli aspetti di quella realtà che adesso capivo. Così fuggii, lasciandomi l’uomo dalla gobba e gli occhi compunti dietro di me, correndo per molti minuti finché non fui lontana da quel luogo da cui mi trovavo. Il cellulare vibrò di nuovo.
Gabriele mi annunciava, con evidente solecismo, il suo imminente arrivo, così ripresi i miei passi e mi accorsi del contatto umido dei pantaloni sulle cosce e vidi la macchia di gelato. Mi chiesi: “E questa come me la sono fatta?”.
Dimentica di tutto, corsi in gelateria a farmi fare un altro gelato crema e pistacchio, evitando accuratamente la panna, e tornai nella mia posizione sul muretto intonacato. Non ricordavo proprio nulla di quello che era accaduto poco tempo prima e, vedendo Gabriele, alto e forte, con i capelli impomatati e una giacca di pelle lucida che baluginava come un catarifrangente, il mio turbamento si alleviò e pensai: “Oh, eccolo qui, è lui! L’unico amore della mia vita!”, e non riuscì a pensare a nulla che a quello.
Avevo sedici anni e l’estate stava finendo.

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