Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Colors
aprile 29, 2009

Sono qua, seduto dinnanzi al mio bel portatile, con la nuova fiammante distribuzione di Ubuntu, a bere tè e rilassarmi.
Ho passato una buona serata, ho giocato prima a calcio, poi online con dei miei amici, mentre mangiavo una pizza che mi era stata gentilmente offerta dai miei coinquilini.
Sono rilassato, sono contento.
È la magia delle piccole cose, che a volte si ripetono pedissequamente, divenendo riti, e non routine.
La routine è vuota, monotona, mentre un rito è ricco di sapore, sa di mistico, sa di amore.
È di questo che l’uomo ha bisogno, di piccoli eventi che si ripetono, di piccole certezze inattaccabili proprio per la loro natura intrinseca, per la loro debolezza. Una miriade di eventi che uniscono, si duplicano, prendono vita sino a divenire un complesso immenso e tangibile.
Etereo, caldo, confortevole.
Riflettendoci dirai che in fondo sono solo piccoli e insignificanti accadimenti, Luis.
Piccoli accadimenti.

Il colore della vita.

Annunci

holidays
dicembre 23, 2008

Un fascio di luce roseo giocherella con i miei occhi socchiusi ed indeboliti dal primo risveglio mattutino che, nel mio caso, corrisponde con l’ora di pranzo.

Che ore saranno? Non me lo chiedo, e dormo altre due ore.

Balzo in piedi, i miei non ci sono, la casa è libera: posso fare tutto quello che potrei fare tranquillamente a Catania, ma che in realtà non faccio, poiché non c’è piacere ad infrangere le regole se non c’è qualche vigilante che ti controlla.

Vado in cucina, afferro tutto quello che di zuccheroso esiste nella dispensa: cioccolato, bomboloni, merendine varie e le ingoio una dietro l’altra. Nessun grido di rimprovero arriva. Non dovrei mangiarle, mi faranno davvero male, vista la mia intolleranza. Me ne frego e continuo.

Accendo il pc, collego le casse al portatile, alzo l’indicatore del volume sino al massimo consentito dalle leggi della fisica, metto gli AC/DC. Ascolto il gaudio sonoro, cosciente che i miei vicini, nello stesso momento, si staranno chiedendo se ci sia un nuovo cantiere al lavoro nel vicolo.

Oh, questa sì che è una bella mattina di vacanza.

Dello studio, nemmeno l’ombra.

Monopòli raggelanti
maggio 10, 2008

Molto presto, in Australia, se un utente vorrà acquistare un EeePC della Asus con Linux preinstallato, dovrà spendere di più rispetto allo stesso modello con Windows XP. [fonte]

Ebbene sì, i nuovi modelli di EeePC, verranno introdotti tra breve sul mercato Australiano e costeranno 649 Dollari, nella versione con Xandros Linux preinstallato e 599 Dollari per i modelli con Windows. Quest’ultimo prezzo, in particolare, tiene conto anche della Licenza D’uso che ogni utente deve pagare per gioire dell’inefficienza degli alti tempi d’avvio del software di Redmond; sia per quanto riguarda il sistema operativo piuttosto che il pacchetto per l’ufficio messo a disposizione.
Facendo una rapida sottrazione, noterete cinquanta Dollari di Tassa per l’acquisto di Sistemi Open Source.
Sì, perché di tassa e di dittatura commerciale qua si parla.
Cinquanta dollari che l’Asus userebbe per abbassare il prezzo del corrispettivo hardware con codice proprietario.
Cinquanta dollari che l’Asus ha pensato bene di fare pagare ai propri clienti solo per penalizzare e demotivare l’uso di sistemi Open.
Cinquanta dollari che un utente dovrà spendere per effetto di una monopolistica manovra commerciale atta a salvaguardare gli interessi di Microsoft.
Raggelante.

Molto presto, in Australia, se un utente vorrà scegliere efficienza e superiorità strutturale, dovrà pagare 50 schifosissimi dollari in più, per giustificare un sovrapprezzo selvaggio e insensato.
Tutto ciò è disgustoso, se poi aggiungiamo quanto detto alle dichiarazioni dell’azienda taiwanese, secondo la quale Microsoft è da molto tempo collaboratore Asus.
Una giustificazione banale e vergognosa.
Che questa sia una mera strategia commerciale, spalleggiata da Ballmer e compagnia bella, per agguantare una grossa fetta degli introiti garantiti dal nuovo mercato dei laptop low-cost, è più palese che mai.
Che poi non si faccia nulla per nasconderlo, è ancor più disgustoso.

Inutile dire che non comprerò portatili Asus, né fissi Asus, né schede video/audio/cattura TV/rete/wireless/ethernet/infranet/LAN/WAN/eBimBumBam Asus.
Se qualcuno dovesse avvicinarsi a me e, con un largo sorriso, elargirmi roba gratuita marchiata Asus, dovrà fare conti con le mie più energiche rimostranze, da adesso in poi.

In un mercato dominato da un monopolio serrato Microsoft, che non solo governa facendo uso della sua infinita riserva aurea, ma altresì esercitando una leva sulla paura – la stessa paura che strega gli animi degli utenti secondo i quali Linux è il male, è inutilizzabile e “ma se installo linux, poi posso usare MSN Plus?” -, esiste qualche sparuto barbaglio di speranza.
Parlo di DELL, e dei suoi portatili con Ubuntu preinstallato*, una mossa elegante e lungimirante per distinguersi dalla massa di ignoranti produttori/assemblatori di PC.

Beh, io l’ho notato.

*   Anche se sul sito Italiano tale opzione, purtroppo, non è al momento selezionabile.

Lettere, Episodio 2
maggio 5, 2008

L’uomo con il mondo dentro

Si dev’essere molto soli, per avere un mondo dentro.

“Mio Carissimo David,

lo so che per te sarà strano risentirmi, dopo tutto quello che è successo, ma, io ci tenevo a rispettare la promessa.
Quel giuramento fatto prima di partire, nel locale di Luis, tra qualche tazza di caffè sapido e quelle ciambelle stracolme di gocce zuccherate. Le stesse fatte con farina, zucchero, latte e catrame, a tuo dire.
Il ricordo mi fa tanta tenerezza.
Avevo promesso che se ci fosse stata qualcosa che avrebbe cambiato indissolubilmente, indefettibilmente la mia vita, tu saresti stato il primo a saperlo.
Così, ti scrivo questa lettera, sotto il cielo della notte di questo piangente cinque maggio, proprio stretta tra stelle e lacrime, amico mio.
Non so da dove iniziare per spiegarti quello che mi è successo, molto probabilmente, mentre leggerai queste righe esclamerai: “dall’inizio, stupido coniglio!”.
La solita imbranata.
Allora inizierò proprio da lì, che dici?
Esattamente un mese fa, una mattina persa tra i giorni di un piovoso aprile, incontrai qualcosa che avrebbe dato un senso alla mia esistenza.
Arrivai molto presto all’ospedale, non v’era molto da fare, tutto sembrava molto calmo.
Scambiai qualche parola con Sally alla Reception, parlando del più e del meno, quando socchiudendo gli occhi ed avvicinando il capo, con discrezione e confidenza, mi narrò del giovane della stanza centotrè.
“Fai un salto da lui più tardi, magari gli fai un po’ di compagnia, sta sempre solo quel povero disgraziato.”, disse.
Sally era una brava madre di tre figli, ma non aveva mai avuto molto talento nel trattare con ragazzi e ragazzini. Che i suoi figli fossero cresciuti sani, diligenti e non affetti da malattie veneree, ti giuro, era quasi un miracolo.
Comunque.
Andai in questa stanza, la centotrè, seguendo la dritta di Sally.
Ciò che vidi fu un ragazzo dalla luminosa chioma bionda disteso su un’enorme branda, con le spalle appoggiate alla testiera metallica. Un raggio di luce fendeva le placche delle tendine e illuminava il suo capo rivolto all’esterno; lo sguardo disperso tra gli edifici grigi e sporchi e le montagne innevate sullo sfondo.
Feci qualche passo e mi sedetti su una sedia accanto a lui, sussurandogli: “Non si vede un bel panorama da qui.”.
Lui si voltò, e nei suoi occhi vidi una quieta beatitudine che mi stupì.
“Magari è perché non lo sai guardare.”, mi rispose, ed il mio cuore ebbe un sussulto, poiché le sue parole vibravano. Sapevano di tutto.
Iniziammo a parlare, ed il tempo trascorse molto velocemente. Fece colpo su di me immediatamente.
Si chiamava Eric, era un ragazzo molto giovane, aveva solo diciannove anni, ma parlava come un oracolo, e mostrava una saggezza fuori dal comune. Qualcosa di assolutamente incredibile.
Io non sapevo perché, ma ogni volta che lo rivedevo il mio interesse cresceva, e cresceva. Nei giorni successivi, io tornavo da lui come una ragazzina che torna dal nonno per ascoltare nuove rutilanti storie. Mi faceva sentire così strana.
Non mi volle dire per quale motivo era ricoverato lì, in quella solitaria stanzina dell’ospedale, così, tra un turno e l’altro, quando non ero da lui, indagavo qua e là, tra medici e colleghi.
Scoprì che i suoi genitori erano dei ricchi contribuenti dell’ospedale e che era ricoverato per un forte disturbo di Tourette. Inoltre gli era stata diagnosticata una grave malformazione al cuore, che lo aveva reso troppo grande per il suo petto.
Un buffo e triste paradosso, quello di un cuore troppo grande per la sua piccola cassa toracica.
Io non vedevo nulla di anormale in quel ragazzo, a parte quel calore che conferiva alle parole, quei gesti ieratici, quello sguardo penetrante.
Così, una sera di due settimane fa, davanti alla tv, stravaccata sul divano, mi venne la voglia di andarlo a trovare, svegliarlo di notte e stare un po’ con lui, non come due amanti, ma due amici intimi, stretti assieme in una notte illuminata da un chiarore lattiginoso e diafano.
Entrai nell’ospedale con molta discrezione e mi diressi alla stanza centotrè, stringendo sotto il braccio una confezione di cartone rosa, contenente cinque ciambelle preparate la sera prima.
Arrivata alla porta, pensai di sbirciare all’interno, colta da un improvviso ripensamento. Forse non era stata una grande idea avventurarmi lì, nel cuore della notte.
Poi, con la coda dell’occhio notai un movimento all’interno, sporsi la testa in avanti e vidi Eric sconvolto da violenti tremori.
Il suo corpo si contorceva come impazzito e dalla sua bocca fuoriuscivano gemiti sincopati, come in un’anormale danza isterica.
Pensavo d’avere capito la forma e la misura del suo disturbo, quando, ad un tratto, esplose.
Sì, hai letto bene David, vidi la sua sagoma scura stagliata contro i fari accesi del cerchio lunare esplodere.
E da lì ad un attimo, la stanza fu ricolma di arcobaleni arditi, pronti a solcare fiumi di ridenti acque e campi di grano accarezzati da onde di vento salmastro. Vidi barche beccheggiare sulla superficie increspata di un mare blu profondo e stormi di gabbiani disperdersi nel chiaro orizzonte, gioiendo del loro canto così alto e del libero arbitrio.
Vidi tutto quello, e subito dopo non vidi nulla.
Entrai nella stanza, sgomenta, e lui non c’era.
Così decisi di aspettare il mattino, ma il sonno mi prese e non riuscì a rimanere sveglia.
Furono le prime luci dell’alba a farmi riprendere e, David, fu in quel momento che vidi il miracolo.
Eric era lì, disteso sul letto, con il suo sguardo perso tra edifici e montagne.
Era lì; si voltò e mi sorrise: “Si dev’essere molto soli per avere un mondo dentro.”, disse.
Allora capì il perché di molte cose, David, di lui e di me.
Ogni notte mi recavo lì, per vederlo esplodere e fondersi con il mondo.
Non soffriva di alcun male, David, semplicemente, quel corpo era troppo insignificante per contenere una creazione così immensa.
C’era tutta un’altra esistenza che cercava di venire fuori nelle sue parole, nelle sue opere, nei suoi gesti. Ma ne usciva solo una piccola parte, tutto il resto non riusciva a trasparire da passaggi così piccoli e poco duraturi.
Così, di notte lui esplodeva in mille tripudi di colore, e tornava a fluire nel mondo.
Ero completamente affascinata da quella magia, aspettavo impazientemente il tramonto per andare a vederlo ed ammirarlo, ed ogni mattina mi svegliavo con il suo sorriso.
Però, un giorno, lui non tornò.
Decise di rimanere nel mondo, con il mondo.
Di lui non era rimasto che un bigliettino, giacente sul lenzuolo blu della brandina ospedaliera.
“A nutrire tanto, troppo amore, per tutto quello che c’è di buono, alla fine esplodi.”.
Era un’indicazione, non un addio. Io la colsi subito.
Avevo capito il segreto, David, ed ero pronta a provarlo sulla mia pelle.
Così, la sera stessa, provai a seguire il suo consiglio, a trovare ciò che di buono c’era in me e nel mondo, ed a unire tutto ciò con la beatitudine dell’amore. Sentire tutto dentro di me e parte di me.
Lo feci, e le mie mani iniziarono a muoversi da sole, scomposte in mille gesti scattosi e compulsivi. Vidi il mondo allargarsi e poi restringersi, e mi sentii come un sasso trascinato da un torrente.
E’ qualcosa di indescrivibile David, ma ha dato senso alla mia vita.
Ed adesso, eccomi qui, pronta a vivere e morire, persa nella solitudine della mia stanza, con un foglio sul tavolo ed una penna in mano, a scriverti.
Voglio tornare, David, voglio tornare da lui e da quel mondo che per troppo tempo ho tenuto lontano dal mio cuore. Lo voglio davvero.
So cosa farò adesso, mi sdraierò sul divano e metterò su la mia canzone preferita, mi rilasserò e mi lascerò andare tra le braccia di questo così gradevole caos.

Un’esplosione, David, un culmine al centro del cielo della mia esistenza.
E chissà, che anche tu, in cuor tuo, non la possa ammirare.

Con affetto, Rose.”

Lettere, Episodio 1
maggio 3, 2008

Tim dei Senza Paura

Se tu affoghi, io voglio affogare con te.

“Cara Elène,

saranno passati, quanto? Dieci, o forse quindici anni dall’ultima volta che ci siamo sentiti. E’ molto tempo, sai? Da allora, niente è cambiato, almeno per me.
La mia vita prosegue tranquilla, immersa nel silenzio secolare dei pini che ombrano la mia casa e il vento che oramai porta con sé una fraganza di gelso e lavanda. E’ di nuovo primavera, mia carissima amica.
Sono proprio curioso di sapere come va la tua, cosa ne è stato del piccolo Anthony a cui piaceva tanto dondolarsi a testa in giù dai rami di Occhione, di Tom ed il suo perenne broncio, oppure di Mary, la più piccola dei tre. Ancora ricordo, anche se è passato tanto tempo: ogni giorno tornava a casa con dei bernoccoli da record!
Bei tempi.
Ma, in tutta sincerità, ti scrivo più per parlarti di me, anche se il mio cuore anela più che mai poterti rivedere o risentire, prima di andarmene per sempre.
In questi giorni ho ripensato molto al piccolo Tim, lo ricordi?
Tim dei Senza Paura, colui che poteva Scalare la Cascata, riesci a ricordarlo?
Io lo ricordo Elène, l’ho portato nel cuore per settantotto lunghissimi anni, proteggendolo dai venti gelidi delle notti sperdute d’inverno e dai grigi pianti d’autunno.
Lo ricordo bene, ma in questi giorni mi sembra ancora di risentirlo come quando ero ragazzino.
Nessuno sa come se ne è andato, molti pensavano che fosse morto, portato lontano da quel padre troppo brutale, dalla mano pesante e l’alito che puzzava d’alcool. Però, io so come è andato via.
Io l’ho sempre saputo Elène.
Ma non ho voluto mai dirlo a nessuno, perché quell’addio era mio, era il suo sanguinoso dono, di un bambino al suo migliore amico, Elène. Qualcosa di magico.
Era un soleggiato mattino di tarda primavera, forse Maggio inoltrato, ed io non ricordo che i raggi luminosi del Papà delle Stelle brillare sui gorgogli dell’acqua infranta lungo gli speroni rocciosi della Gran Cascata, quella a Nord di tutti i paesi del mondo. Ricordi ancora?
Oh, certo che sì. Sono sicuro.
Tim stava lì, a dominare lo sperone più alto e prominente, circondato da due flussi ininterrotti di turbolenti acque, tra le dolci esalazioni della schiuma e gli schizzi solenni, con il suo sorriso beffardo e due archi perfetti come sopracciglia.
Ricordo che gli chiesi perché lo facesse, perché voleva lanciarsi dalla Gran Cascata, che sarebbe stato pericoloso e che non avrei voluto lasciarlo andare.
Ma tra me e lui correvano le acque feroci, zigzagando tra ciottoli scivolosi e le roccie affilate. Non l’avrei mai raggiunto.
“Lo devo fare, perché solo io posso farlo, io dei Senza Paura, Wally”, disse, portandosi il pollice all’altezza del viso, per cancellare una perla d’acqua sulla sua guancia destra.
Io gli gridai di non farlo, che era bastata la scalata del Gran Monte Bianco a mani nude, del salto tra i rami dell’Anziano Pioppo, della sconfitta di Billy il Tiranno, davanti ai ragazzini dell’orfanotrofio. Gli dissi di non farlo perché era più bravo di tutti gli adulti del mondo, che era un ragazzino magico, ed io avevo bisogno di lui.
Lui mi rispose: “Non voglio divenire vecchio, Wally”.
Mi disse proprio così, Elène, e quando io gli chiesi cosa intendesse, perché avrebbe dovuto divenire vecchio se era appena un ragazzino, lui aggiunse: “Non voglio divenire vecchio, Wally. A restare sempre fermi come te si diventa vecchi. Ad essere statici si diventa vecchi. E’ brutto essere vecchi a dodici anni, Wally. Vieni con me, inganna la morte con me!”.
Me lo propose, Elène, mi diede l’invito per il Paradiso, ed io sai cosa feci?
Gridai: “Oh sì, Tim, verrò con te, se tu affoghi, io voglio affogare con te! Non voglio essere vecchio, non voglio essere vecchio, Tim”. E quel grido sembrò più una supplica.
Elène, io ho ormai novanta anni, però, se c’è una cosa che ti posso assicurare, è che non ho mai desiderato altro nella mia vita che seguirlo. Forse è l’unica cosa che mi sia mai importata.
Ma ero uno sciocco moccioso.
Alzai lo sguardo, e tra le sferzate d’acqua ed il tumulto dei flutti il mio animo ebbe paura. Il mio spirito non cedeva alla volontà, le gambe mi tremavano e più che mai non volevo che piangere. Ma nemmeno in quello riuscivo.
Tim mi guardò, non deluso, non indifferente, ma comprensivo.
Mi guardò e mi disse: “Wally, il tuo posto non è con me, oltre le acque del fiume e le roccie appuntite il tuo animo non arriva. Forse saremo entrambi maledetti, ma come è dolce il ricordo”.
Poi aggiunse: “Per me è arrivato il momento di sentire la mia giovinezza, la mia pelle è attraversata da un brivido di voluttà e devo trattere il respiro. Addio mio buon Walter, che la vita non faccia di te uno scoglio troppo duro.”
Mi disse questo, Elène, ed io scoppiai a piangere, ma tra il fervore delle acque e l’intima sensazione del risucchio e l’irrealtà le mie lacrime rimaserò sole con me. Lui andò via.
Si guardò sotto, attentamente, e per un attimo la sua posizione scomposta ammise la sua paura. Ci stava ripensando, Elène, ne fui sicuro e le mie lacrime presero a scorrere più violente, tanto da farmi male.
Lui era forte, ahimé, e sconfisse i suoi demoni lassù, sullo sperone più alto, a tu per tu con la morte.
Si voltò ancora una volta, il suo sorriso beffardo, gli occhi che sapevano di zaffiri, di mari lontani e di abissi così gradevoli, da vivere nel silenzio e nella contemplazione della bellezza.
Infine, si gettò, Elène.
Si gettò, ed io non lo vidi più.
Tim dei Senza Paura, l’uomo più grande del mondo, scomparve per sempre, assieme alla roboante voce della Gran Cascata.
Così colui che è Senza Paura se ne andò, Elène. E non lo sa nessuno, tranne noi due.
Sai, l’altro giorno, mentre ero assorto nella lettura, ho sentito un sussurro famigliare, di una voce che diceva: “Cosa ne è stato di te, Wally?”.
Mi voltai, e corsi al di fuori per cercarlo.
Ormai, ero divenuto vittima di quelle vecchiaia che Tim voleva sconfiggere, e tra molto breve, diventerò vittima della morte stessa.
Una vecchiaia lunga settantotto anni, Elène, iniziata nel momento stesso in cui lui lasciava quello sperone, per avventurarsi nell’inerarrabile nulla.
Oh, Elène, come sono sicuro che lui sia ancora lì, tra gli alberi, dentro ogni ruscello, torrente o fiume, sulle pendici del Gran Monte. Tutto attorno.
Ed alla fine ce l’ha davvero fatta a sconfiggere la morte; non so come, ma c’è riuscito.
La mia maledizione è dunque infinita? Potrò rivederlo, tra poco, nell’aldilà? Oppure il suo animo rimarrà ancorato alla foresta per sempre? C’è forse fine a questo oblio mascherato da quiete vita?
Io non lo so, Elène, ma com’è dolce il ricordo.
Mia carissima amica, queste sono forse le mie ultime parole.
Sono cosciente del fatto che non potrò ricevere più tue notizie, quindi da’ un abbraccio fortissimo a Anthony, Tom e Mary, e promettimi di vivere la tua vità sino all’ultimo dei tuoi giorni, senza trascurare nemmeno un singolo minuto. Promettimelo, Elène, ed io ti prometto che ascolterò il tuo giuramento e sarò felice.
Almeno un po’ di più, in tutto questo.

Addio Elène, e buona fortuna.”