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febbraio 26, 2009 - Leave a Response

“Quando nel corso di un’intervista per il New Yorker dissi all’intervistatore (Mark Singer) che credevo che le storie fossero oggetti trovati, come fossili nel terreno, rispose che non ci credeva.
Replicai che mi stava bene, l’importante era che ci credessi io.

Stephen King, On Writing.

entanglement

febbraio 22, 2009 - Leave a Response

An se ne stava seduto sul bordo di quella sporgenza rocciosa, gettando di tanto in tanto lo sguardo giù in basso al guazzabuglio di persone che ribolliva come brodo in un grosso calderone focoso.
Poteva sentire il trapestio sordo di tutte quelle vite, ammirare le forme sinuose dei loro percorsi, contare la varietà dei colori che si mischiavano in quel coacervo sfocato di gente.
Fissava le sue mani, poiché aveva già avuto modo di vedere i suoi occhi riflessi in una pozzanghera, poco prima di raggiungere la sommità dell’altura, ma non riusciva a trarre alcuna considerazione.
Non aveva un aspetto malvagio, eppure si credeva cattivo, mentre osservava distratto e distaccato le onde brillanti di colori bianchi e neri che si rimescolavano inquiete dinnanzi i suoi occhi di bambino.
Credeva che, in cuor suo, non albergasse più un alito di bene, eppure non aveva il modo di dimostrarlo.
Improvvisamente, accanto a se, vide una figura fare capolino, incerta.
Era una creatura dinoccolata molto simile ad una giraffa, nonostante fosse bipede ed al posto della testa avesse un grosso occhio senza palpebre che osservava di sghimbescio il cielo uggioso.
An la osservò, ma non provò nulla nel vederla.
Piuttosto levò lo sguardo al cielo, per cercar di rendersi conto di cosa guardasse quella strana giraffa, eppure non vi trovo nulla. La cosa non lo turbò: scrollò le spalle e torno ad osservare la creatura.
Questa trasse un foglio di carta ed una matita rossa da un luogo imprecisato del suo corpo, e iniziò a scarabocchiare qualcosa. An la osservava impassibile.
Dopo alcuni secondi, la giraffa ultimò il proprio lavoro – sempre senza guardare il foglietto, ma rivolgendo il suo occhio al cielo, come fosse strabica – e lo passò al ragazzino, che lo accettò senza proteste.
Era un messaggio lungo, vergato con una calligrafia molto incerta (in effetti, An non si sarebbe stupito del contrario).
V’era una possibile spiegazione a tutto quello che An osservava, quindi la lesse, incuriosito.
La giraffa sosteneva che ogni persona che veniva al mondo era sola e senza meta.
Non faceva una piega, in fondo era vero.
Il messaggio continuava chiarendo che ogni uomo brancola nel buio della propria esistenza attratto da forze imprescindibili ed immanenti, finché non batte duramente contro un altra particella identica a lui. O forse diversa, boh.
An osservò stranito quest’ultima frase.
A quel punto si verifica una cosa che i fisici chiamano con il nome di entanglement: la particella diventa un sistema unico con quella contro la quale ha sbattuto così violentemente.
An si grattò la testa un po’ confuso poiché quella teoria era proprio strana, tuttavia, decise di continuare.
Da quel momento l’uomo, la particella, si potrà allontanare di una distanza arbitraria, non importa quanto grande: essa sarà per sempre legata a quella contro la quale ha sbattuto. Magari anche distrattamente.
Era una teoria interessante, poteva avere un fondo di verità, così An scrollò la testa ed appoggiò il mento sul palmo della mano, osservando il torrente di colori sotto di lui.
Poteva ipotizzare che per quanto lontano un uomo possa fuggire, certe cose sono sempre subdolamente presenti, in ogni azione, in ogni comportamento oppure in ogni fottuto respiro.
An lo ipotizzava con la massima sterilità, tanto che quel “fottuto” davvero non sapeva di niente, eppure sentiva di doverlo inserire.
A volte l’elastico si contrae e l’effetto di anti-località viene annullato, altre volte si spezza e le particelle vagano un po’ via, intente a descrivere traiettorie curve e vuote, ma in cuor loro, nel loro piccolo cuore di particella ci sarà sempre una versione semplificata ed idealizzata di quella contro cui hanno battuto la testa e che prenderà parte al processo decisionale per la descrizione di traiettorie circolari e vuote.
An lesse e rilesse quelle parole: erano belle parole, ma non gli dicevano proprio nulla.
Beninteso, condivideva quel pensiero, era una gran bella teoria, ma non provava nulla ed ancor più non capiva cosa potesse c’entrare quel fatto con la sua cattiveria.
Così, la giraffa reclamò il foglietto con dei gesti vacui e iniziò nuovamente a vergare alcuni confusi segni con la propria matita rossa, dopodiché, passò il messaggio ad An.
Il ragazzino lesse le nuove parole, anzi, la nuova parola, dato che in realtà sul foglietto faceva bella mostra un: “PARADOSSO!”, dal tratto deciso e vermiglio.
D’un tratto An capì, ma questo non lo smosse d’un millimetro.
Gettò la mano destra oltre la spalla e diede una vigorosa pacca sulla giraffa che, perdendo l’equilibrio, cadde rovinosamente dallo sperone.
An comprendeva che quella parola significasse che in realtà quella teoria non era affatto valida per lui, che si era così sviscerato da iniziare a non provare più nulla per nessuno di quei colori sotto di lui, come se il proprio cuore fosse ricoperto di cera (quella per le candele, rossa magari).
E la strana giraffa cadeva e dall’alto An potè notare che adesso quell’occhio guardava lui e la sua espressione era triste, e gli fece tenerezza.
Ma lui non provava proprio nulla, di quella tristezza non aveva proprio nulla da farsene, perciò capì che in effetti era davvero diventato cattivo, e non perché fosse cattivo, ma perché adesso tutto il mondo avrebbe potuto bruciargli dinnanzi, e lui non avrebbe mosso alcun dito.
E questa, in effetti, poteva essere una cosa fastidiosa: “proprio come quella giraffa sbilenca“.

libri

gennaio 6, 2009 - 2 Risposte

Il duemilanove sarà l’anno della lettura.
A stabilirlo è stato il Ministero Supremo della Cultura che, suffragato dal Consiglio Generale delle Iniziative Quotidiane, ha emesso un decreto con decorrenza immediata: “almeno dodici libri per fine anno!“, ha dichiarato fiducioso il ministro.

Negli ultimi giorni dell’anno scorso, osservando la pila di libri regalati e considerando il pochissimo tempo speso nelle attività extracurriculari di lettura, ho promesso a me stesso che quest’anno avrei letto di più.
Dodici libri sono una cifra onesta, se non fosse altro che l’ho imposto come un limite inferiore: almeno dodici libri.
Ciò vuol dire che per ottemperare alla mia promessa dovrò leggerne qualcuno in più.
La scelta di tanti libri non è affatto un problema, dato che ho in mente tanti titoli che non vedo l’ora di leggere: la casa degli spiriti, cent’anni di solitudine, la trilogia in cinque parti di adam douglas, lo hobbit, il profeta, c’era una volta un re…ma morì, qualcuno con cui correre, il lupo della steppa e la sestologia delle cronache del ghiaccio e del fuoco, di cui m’aveva appassionato tanto il primo libro (da rileggere).
Poi vorrei rileggere il nome della rosa, alcuni capitoli di moby dick e soprattutto qualche classico, specialmente italiano.
Non voglio fare della lettura il mio baluardo, ma impiegare meglio il mio tempo che, purtroppo, molte volte viene sprecato in attività ludiche dal basso senso educativo oppure…no, un attimo, ma io non sono un moralista!
Okay, prometto che mi impegnerò, tutto qua.

Per non perdere tempo ho già iniziato e finito l’ombra del vento, ma le mie considerazioni sul tal romanzo di squisita fattura le rimando ad un altro post più specifico.
Detto questo, allungo le mani su una gradevole raccolta storica sull’evoluzione del mito del vampiro* e mi immergo nuovamente nella lettura.

*: il primo che mi nomina twilight verrà brutalmente assassinato dalla sottoscritta dramatis personae.

notte

gennaio 6, 2009 - Leave a Response

E’ incredibile come certe melodie riescano a farmi piangere.
Potrà sembrarti una cosa banale ch’io riesca a piangere così tante volte e commuovermi come un bambino, bagnandomi le guance di strisce di lagrime innocenti che scivolano verso il collo, come se più di ogni altra cosa risentissero della forza di gravità.
Eppure non è banale, sai?
Immagina ch’io mi sia trattenuto ancora qualche secondo dinnanzi al quadrato luminoso del mio portatile, immerso nell’oscurità infinita del mio vecchio salotto e come sottofondo possa udire Les Jours Tristes svettare in un tripudio di campanelli e violini.
A tutto questo aggiungi una ridda di pensieri sull’incertezza del mio futuro e l’instabilità del mio presente.
Se hai potuto immaginare tutto questo, prova a contemplare l’effetto della sovrapposizione di questi effetti in una fredda notte di un sei gennaio malinconico, perduto figlio d’un anno sconosciuto.
Pensi ancora che qualche lacrima può essere cosa banale?
Se è così, sarà forse un bene, poiché non hai che da chiederti perché sotto il serico manto azzurrino dell’oceano della tua vita non riesci a scorgere alcunché, solo indistinte figure che guizzano veloci da un posto ad un altro. E nessuno sa perché.
Magari stai navigando con il vento in poppa e la prua verso Nord e non conoscerai bonaccia, né il boma della randa ti urterà violentemente a seguito di un soffio di vento troppo intenso e non dovrai far conto con tempeste e fortunali.
Io, dal mio cantuccio profondo e sconfinato, sotto quella superficie volubile e ammaliante che tu hai solo degnato di poche occhiate sgraziate, viaggerò e perirò, giungendo a dover compiere il periplo di una scogliera troppe volte, prima di considerare altre rotte.
Oh, Luis, t’invidio, è vero, poiché tu navigherai in acque chete, mentre io pur rollando nelle dolci correnti transoceaniche dovrò sempre sopportare la pressione di una colonna d’acqua che, come una condanna, m’inabisserà nel suo soave blu profondo, sino a quando mai più potrò tornare a galla.
Allora maledico la curiosità, maledico l’intelligenza, maledico la mia mente che fa correre la cavallina per i quattro mari, Luis, e per niente al mondo si fermerà finché potrà avida ingollare scritti, immagini, suoni, colori e nulla.
Ah, eppure è tutto quest’oceano freddo glaciale ad intirizzire il mio spirito rendendolo al tempo stesso docile, liberandolo d’un atavica follia incontrollata che ardendo mira a consumare il mio spirito, soprattutto nelle notti più aspre.
Anche per questo, Luis, mi son rifugiato nel fondo degli oceani e te ne racconto, perché è strano che queste righe mi siano apparse dinnanzi agli occhi, come una visione, e che io, appena dianzi, non avessi in mente nulla di preciso da scrivere.
Solo sensazioni, mio buon amico, che non potevo lasciare inghiottire dal sepolcro dell’ignavia; dritto nell’oblio.

E così, in modo un po’ solitario, ma incredibilmente poetico, ti auguro e m’auguro allo stesso tempo un buon riposo.
Che perlomeno possa dormire abbastanza per entrambi, giacché tu che sei senza tempo, possibilità più non hai.

E mi domando se tu ne abbia mai avuta.

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gennaio 1, 2009 - Leave a Response

So it’s time to stop being so impatient.

Impatience – We Are Scientists (Brain Thrust Mastery)

endlessy

dicembre 29, 2008 - Leave a Response

Mi sento stranamente diviso in questi giorni.
Un lato di me desidererebbe, con ogni sua forzicina, che questi giorni non passino mai, di continuare a fare questa vita, in questo tempo, a quest’età, con queste persone.
Vorrei congelare tutto in un’ampolla di cristallo e rifugiarmi in un gorgo temporale, sospeso a metà con i miei sensi e la mia dimensione in stasi.
Lo desidero ogni volta che vedo Alessandro girare l’angolo per tornare a casa, o Ciro salutarmi dallo spiraglio aperto tra la porta d’ingresso e lo stipite, quando vedo Vittoria sorridere o Giovanna uscire un po’ di se. [Giuliana la vedo sempre sclerare, quindi non fa testo!]
Mi piacerebbe rivedere la mia sorellina, col broncio, tutte le volte che voglio: sempre lì, a casa mia.
Ogni volta che colgo queste espressioni, questi attimi, immagino che tutto venga congelato da un’onda d’urto, proveniente chissà da dove, ed il silenzio scenda a custodire quella piccola opera d’arte del Creato, per sempre.
D’altro canto, ogni qualvolta rimango da solo con me stesso, come in questo istante: immerso nel buio del soggiorno, inarcando la schiena ad osservare l’eco delle stelle in terrazza, oppure proprio quando alzo gli occhi dal libro che sto leggendo, e mi accorgo che siamo solo in due in quella stanza; ed entrambi non esistiamo proprio un gran ché.
Sento d’aver bisogno quel cambiamento radicale che spazzi via le barricate del mio ego, penetri nel cemento delle mura di cinta, divelga i contrafforti, spezzi le torri e come una marea tumultuosa s’abbatta contro le pareti della mia mente, quieta e placida.
Lo penso ogni volta che vedo il mare battere sui frangiflutti e rimescolarsi nelle rientranze delle banchine del porto.
E’ una dicotomia che non ammette soluzioni nei numeri reali, la mia.
Eppure, caro Luis, son contento, perché non mi sentivo così bene da tempo e non mi concedevo riflessioni così importanti, considerandole al tempo stesso affascinanti poiché un po’ distaccate, da chissà quando.
Non ricordo qual è stato l’ultimo Natale in cui ho considerato Sant’Agata migliore di Catania, tanto da voler fermare tutto, cliccare su rewind e ripartire per l’ennesima volta.
Ah, son felice e al contempo sospiro.
Sognando quell’effimera beltà che solo nei miei sogni si manifesta apertamente e nella realtà si propone immaginaria, giocando e circuendomi, senza assumere la forma che desidero, che pretendo.
Ma cos’è mai questo, se non l’eterno dramma dell’uomo?
Il diuturno conflitto che mi accompagnerà sino all’ultimo dei miei giorni e che, probabilmente, non troverà alcuna risposta: né in sorriso, né in uno sguardo, né in un gesto o mille malìe. In niente di tutto questo.
E che pur, esistendo per ricordarmi la mia incompletezza, non mi impedirà mai di giungere alla pienezza dei miei sensi.

Un attimo per volta.

holidays

dicembre 23, 2008 - Leave a Response

Un fascio di luce roseo giocherella con i miei occhi socchiusi ed indeboliti dal primo risveglio mattutino che, nel mio caso, corrisponde con l’ora di pranzo.

Che ore saranno? Non me lo chiedo, e dormo altre due ore.

Balzo in piedi, i miei non ci sono, la casa è libera: posso fare tutto quello che potrei fare tranquillamente a Catania, ma che in realtà non faccio, poiché non c’è piacere ad infrangere le regole se non c’è qualche vigilante che ti controlla.

Vado in cucina, afferro tutto quello che di zuccheroso esiste nella dispensa: cioccolato, bomboloni, merendine varie e le ingoio una dietro l’altra. Nessun grido di rimprovero arriva. Non dovrei mangiarle, mi faranno davvero male, vista la mia intolleranza. Me ne frego e continuo.

Accendo il pc, collego le casse al portatile, alzo l’indicatore del volume sino al massimo consentito dalle leggi della fisica, metto gli AC/DC. Ascolto il gaudio sonoro, cosciente che i miei vicini, nello stesso momento, si staranno chiedendo se ci sia un nuovo cantiere al lavoro nel vicolo.

Oh, questa sì che è una bella mattina di vacanza.

Dello studio, nemmeno l’ombra.

An intrepid dawn

dicembre 13, 2008 - Leave a Response

E’ incredibile come ubuntu non finisca mai di stupirmi, soprattutto quando sto cercando l’indirizzo esatto del blog della comunità di GNOME e per caso mi imbatto in una nuova e sconosciuta applet (ovvero gnome-blog, se qualche utente di GNOME leggesse queste righe).

Comunque, dopo varie peripezie con il mio adorato xps (che in intimità chiamavo betty*), tra sbalzi di tensione dovuti a cavi vari e wireless che non vuole saperne di funzionare nemmeno a cannonate (cannonate virtuali, non oserei toccare betty* nemmeno con il pensiero!), sono riuscito ad installare la mia concupita Intrepid Ibex ed a sistemarla benino.

Quando avrò finito il duro e ricercato lavoro di personalizzazione estetica e non prometto di postare una bella screen del mio desktop più in tiro che mai (tanto con questa applet che promette faville, cose così sono a portata di click).

Per il resto, credo che dovrei prodigarmi a scrivere un po’ di più su questo povero blog, date le vergognose statistiche del duemilaotto che fanno rilevare una frequenza di post quasi pari allo zero assoluto.

In realtà, c’è uno specifico perché a tutto questo, dato che per molto tempo questo blog è stato saldamente legato allo svolgersi dei miei cupi umori, e non di rado uno strumento per lo sfogo di una depressione che a tratti si faceva sottile come la lama di un rasoio.

In verità, non dovrei nemmeno parlare di depressione, poiché da molto tempo ormai che non ho più nulla a che vedere con questa parola, più che altro, i miei potrei definirli “momenti cupi“, e nient’altro.

Bene, appurato questo, posso anche forzare me stesso ad essere più munifico di post per l’anno avvenire, così da dare a questo blog una parvenza che sia tale, piuttosto che servirmi vigliaccamente di lui solamente quando ne ho bisogno.

Diamine, non è dignitoso un comportamento così irresponsabile nei confronti di una piattaforma bloggistica! Sono sicuro che anche l’html ha dei sentimenti!

Artificiali, ovviamente!

* in realtà, dopo aver visto la prima puntata di Terminator: The Sarah Connor Chronicles ho sentito il bisogno (da bravo nerd quale sono) di cambiare il nome del mio adorato xps in skynet.

la montagna di cartone

novembre 14, 2008 - 3 Risposte

Credo che un uomo sia una piccola scatola di cartone colorata.
Nasciamo così, generati e distribuiti da un’enorme macchina di ferro, dotata di mille meccanismi abnormi e ridondanti che prende nulla, e dal nulla produce tanti piccoli pacchi, colorati dall’inaffidabilità stocastica del caos. Da una lingua di nastro scorrevole, compitamente, i pacchettini scorrono e cadono dentro la realtà, accatastandosi sugli altri milioni di pacchi prima di loro, e così vivono, prima che qualcuno li getti via.
Magari quel qualcuno che li getta via, sei proprio tu.
Ma ciò vorrebbe dire pensare a te stesso in una prospettiva non paccospettica, ed in effetti la cosa può anche starci bene.
L’uomo può considerare gli altri dei piccoli pacchi che giacciono a montagnetta nell’universo egocentrato della propria esistenza.
Questo modello tiene conto di due aspetti fondamentali della consistenza umana: l’egoismo immanente posseduto da ogni essere in misure minori o maggiori, a seconda del soggetto, e dell’impenetrabilità degli altri universi che compongono l’esistenza.
Dal nostro personalissimo punto prospettico ogni uomo è un pacco.
Ne vediamo il colore e gli spigoli, vediamo pregi e difetti, ma di com’è fatto, nessuno ne saprà mai nulla; ammesso che qualcuno non abbia il potere di individuare un punto di visione migliore.
Certo, l’uomo è un essere intelligente e, pur non vedendo nulla dal suo misero sperone che da sul vuoto intergalattico di stelle e pacchi, potrebbe idealizzare od ipotizzare un possibile punto di vista funzionante.
Ma la cosa starebbe come la fisica sta alla realtà.
Il modello può funzionare nel dettaglio, ma non è la legge scritta dall’incoerenza improbabilistica della natura generatrice, e dunque soggetto ad improvvisi errori.
Credo, allora, che non farò nulla di che, in questo mio universo, con la mia piccola montagnetta di pacchi. Non vivrò rimirando il nastro trasportatore alla ricerca di un colore diverso dai soliti verde, celeste o violetto, né mi lancerò nella pila cercando di fare una selezione precisa ed esatta, poiché trattandosi di pacchi, detto in modo pragmatico, non sapresti mai catalogarli in un modo corretto.
Mettere un pacco che contiene una grande bomba nella sezione “pacchi contenenti cristalleria ad alta sensibilità di frantumazione” non sarebbe un affare sul quale puntare il proprio conto in banca.
Potrebbe anche trattarsi di una questione puramente economica, dopotutto, no?
E così starò io, fermo immobile a rimirare: questo, quell’altro, il monolite scuro e la montagna di pacchi.

Finché un altro pacco non mi cadrà in testa.
Ma a quel punto dovrà fare tutto lui.

reality?

novembre 3, 2008 - Leave a Response

Così An se ne stava seduto a gambe incrociate ad osservare quel monolite scuro ed appuntito che gli gravitava dinnanzi.
Era un blocco tetro, ma lustro e altamente speculare, dalla base quadrata che correndo in alto per molti metri si rastremava in una punta piramidale.
Aguzza.
Poco sotto la sommità si aprivano due sezioni perfettamente orizzontali che dividevano il blocco in tre parti; la parte inferiore, il busto più grosso, che era separato dalla lastra di forma quatratoide che giaceva immobile sospesa al di sopra, sormontata solo dall’affilata cima che, esulata dalla restante parte del corpo, avrebbe potuto sembrare una rappresentazione in miniatura di una piramide.
An la osservava, esaminandone attentamente la struttura e cercando una possibile spiegazione per una costruzione così enigmatica, che sorgeva in un nulla privo di luce, in una notte eterna.
In verità, amici miei, c’è da dire che, nonostante tutto, era davvero una notevole costruzione.
Nel buio che l’aveva generata, essa risplendeva con un enigmatico lucore, quasi che i contorni fossero sottolineati da un niveo bagliore, una sorta di dicotomia tra male e male maggiore.
Ingannevole, essa pesava sull’animo di An con tutte le sue sette tonnellate di massa senza colore, come se, trascendendo lo spazio avesse la capacità di strabordare nell’astratta concretezza dei suoi pensieri, nell’effimera ma complessa architettura della sua anima.
Era così scura ed affascinante, ma soprattutto titanica.
Proprio così l’avrebbe definita; una mole di una proporzione talmente cosmica, una presenza di così enorme entità, un peso così insostenibile, irresistibile, incontenibile da far scricchiolare i cardini della realtà stessa, minacciando di sfondare il pavimento (od il tetto) della trasparente realtà, per cadere nell’oblio dell’aldilà dimensionale: forse proprio sulla sommità del Reame Incantato della Mente di An.
Credetemi, è un discorso complesso questo, e lo dico con la massima modestia poiché ho ragione di credere che nessuno di voi, e credetemi, davvero nessuno, abbia mai visto una mole così immensa gravare proprio su stessi, con la sua forma tesa verso l’infinito e la sua sibillina luminescenza d’oscurità generata.
E che tribolazione osservarla, soprattutto se lo sguardo sfida, con profondo ardire, l’ascesa alla sommità inarrivabile, lassù dove la punta pare forare il cielo di tutte le oscurità, e creare un piccolo cratere che brilla di luce come una stella polare nelle prime avvisaglie di una mattina iperboreale.
Che dire? “wow, da lasciare senza fiato!“.
Ed An, ordunque, la osservava rapito.
Si chiedeva, rimirandola e ruminando, se tale non fosse la realtà oppure, per dire la verità, egli guardava il blocco convinto di osservare proprio il mondo che lo circondava.
Poiché, a volte, la realtà altro non è che questo, o forse mi sbaglio?

Non credete che, molte volte, le forme, i colori, le luci, le ombre, le persone, le cose, i cieli, le nubi, i mari ed i venti e tutto ciò che dal Creato potete esulare e catalogare come un’opera di ineffabile bellezza, molte volte, per l’appunto, tutte queste opere così perfette non fanno altro che mischiarsi in un rozzo coacervo, e rielaborare la loro forma tanto da perderla e assumerne una bizzarra e senza senso e perdere addirittura il colore?
Amici miei, non vi è mai capitato di guardare alla realtà come ad un enigma?
An se ne stava, allora, seduto ad osservare la propria realtà, o monolito che vi possa garbare, chiedendosi il perché di quell’inestricabile rompicapo.
Chiedendosi: “perché accade questo? perché va così? in tutte queste immagini, in questi colori, in queste forme, io ci vedo qualcosa di tremendamente errato, subodoro un complotto portato avanti dalla caotica regia della vita, ma non riesco a coglierne l’inizio”.
Ed aggiungendo, quindi: “perché in tutto questo temo ci sia qualcosa di incredibilmente sbagliato?”

Passarono così, giorni e giorni, ed An, chino sulle proprie gambe intrecciate, ancora rimirava la strana piramide librarsi nell’aria.
Sempre ammesso che di aria potesse essere riempita una tale oscurità.

(based on the lyric of Jotun, In Flames)